#124 – La teoria della classificazione degli spostapoveri.
Ieri ho citato le macchine come luogo di fornicazione così, oggi, volevo ridare a loro e ai mezzi di trasporto in generale la dignità che meritano.
Prima di tutto volevo fare una precisazione. Si chiamano spostapoveri perché effettivamente lo fanno. Se fossero degli spostaricchi sarebbero molto diversi. Le metropolitane, per esempio, avrebbero le carrozze oscurate, la spa, lo champagne, i divani in pelle e qualche letto, casomai qualcuno volesse fare un viaggio più lungo. Ci sarebbe l’accesso riservato, il salta coda e i corridoi separati con la security dedicata.
Ma torniamo agli spostapoveri, questa è la mia personale classificazione:
Spostapoveri di livello 1: metropolitana se la prendi sopra Genova.
Spostapoveri di livello 2: treno solo se è ad alta velocità.
Spostapoveri di livello 3: treni non ad alta velocità, regionali e locali, tram e autobus privati.
Spostapoveri di livello 4: autobus pubblici, metropolitane sotto Genova e tutti gli altri mezzi.
La macchina è uno spostapoveri se si appannano i vetri, se è una scatoletta, se va piano, se ha le gomme strette e se è fatta tutta di plastica. È, invece, uno spostaricchi se ha tutti i comfort, la guida automatica, gli interni in carbonio o materiali pregiati e costa più di 100mila euro. Chiaramente l’autista classifica uno spostaricchi.
Nonostante non ami viaggiare, i mezzi di trasporto sono sempre stati un simbolo di libertà e, non di meno, una grandissima passione degli esseri umani. A loro sono state dedicate centinaia di canzoni, tra cui quella che vi propongo stasera.
Si tratta di una canzone che parla di un treno che corre verso un inevitabile e catastrofico incidente ferroviario che ammazzerà tutti i passeggeri.
(#123) Il treno rappresenta l’allegoria della vita delle persone che, pur sapendo a cosa stanno andando incontro, come scrivevo ieri, andranno inevitabilmente a schiantarsi. Uno schianto che rappresenta il disastro di una vita buttata.
Dalla collezione di vinili di mia nonna un immenso classico che unisce la riflessione di oggi, con quella di ieri.
Correva l’anno 1971
Jethro Tull – Locomotive Breath