#239 – Fake authenticity: la televendita dell’autenticità.
Quando ero piccolo, tipo super-nano, a sette anni, non c’erano tutti i social di oggi. C’era solo Facebook che usavano quelli che volevano scopare, ma nessuno sapeva cos’era un influencer; non c’era Instagram, non c’era TikTok e così via. Era proprio diverso da adesso, era un altro mondo.
La televisione si guardava ancora sui canali con l’antenna e la sera bisognava litigare con madre, padre, sorelle e fratelli per decidere cosa vedere, perché noi super-nani non avevamo una televisione in camera e non potevamo ripiegare sul telefono, nascosto sotto le coperte, o sul tablet.
E poi c’era la pubblicità. Ore, e ore, e ore, e ore di pubblicità che aumentavano a dismisura la durata dei film serali, ritardandone la fine a tarda ora. Ripensandoci capisco il motivo per cui non ho mai tollerato le pubblicità, interruzioni lunghe e inutili che mi portavano a fare altro e mi facevano perdere il filo di quello che stavo guardando; ancora più inutili la sera quando invece dei giocattoli e delle merendine venivano proposti prodotti da grandi.
Tornando ai giorni nostri, appena sento l’odore di “Carosello” vado a fare altro, come da piccolo; la pubblicità è quindi il motivo principale per cui non sopporto Instagram e TikTok. Si tratta infatti di canali televisivi mascherati da social, dove però esiste solo la pubblicità.
A differenza della vecchia tele dove i film e le serie tv erano anche di grande livello, i contenuti dei social nella quasi totalità dei casi sono solo di tipo promozionale; delle moderne televendite perlopiù indegne dei grandi professionisti del passato, come Mastrota o lo Chef Tony.
Da qui la mia avversione perché se la becera pubblicità (a volte) si riesce a eliminare pagando, l’altra, quella pervasiva, quella che è il contenuto stesso, non si riesce a eliminare; perché se la eliminassimo non rimarrebbe niente.
Ma non è tutto, come in ogni show la cosa più divertente è che è tutto finto, anche il tuo vicino di casa è ritoccato, non c’è niente di vero, nulla. Ma questo non è chiaro alle persone che navigano sui social e che sono in cerca di cose autentiche, ma che purtroppo non sono capaci di distinguerle da quelle false.
Così il puro intrattenimento per conquistarle si chiama fake authenticity, una televendita presentata da una persona in cui ci identifichiamo e con cui ci sembra di poter interloquire con fraterna vicinanza, tanto da considerarlo della famiglia.
Il risultato è che la “Fake Authenticity” imperante è un’enorme innovazione sociale di un successo tale da fare invidia all’ipocrisia cattolica.
Perché come diceva Oscar Wilde “datemi una maschera e vi dirò la verità”. Ma se tu obblighi le persone ad essere “autentiche” e a levarsi la maschera, otterrai solo le bugie. E più autenticità cercherai, più bugie otterrai.
Questa song è perfetta, conclude ripetendo I want more, I want more e invece, a volte, basterebbe stare…
Correva l’anno 2010
Young the Giant – My body