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#395 – Robotaxi: L’intelligenza artificiale da oggi ha un corpo oltre al cervello.

Oggi la giornata è filata via veloce, anche se è stata scossa violentemente da un temporalone con fulmini enormi e lampi fortissimi. Stamattina ho fatto un giretto per negozi a comprare prodotti locali, vino, salami e altre amenità per la prossima cena coi bro.

Al netto di questo e del fatto che Musk ha fondato un nuovo partito, cosa su cui trasecolo, non è successo niente di degno di nota, se non un piccolo fatto curioso.

Verso l’ora di pranzo, nella villa di fronte a casa, che viene affittata, sono arrivati due signori con un ragazzino di circa 14 anni al seguito. Fino a qui non ci sarebbe nulla di curioso. In realtà la cosa che mi ha colpito è che sono arrivati in taxi. Da quando sono bambino non ho mai visto un taxi qui. Mi è capitato di vedere Mber, macchine e motorini noleggiati ma taxi mai.

Questo ha scatenato i miei pensieri che hanno iniziato a vagare portandomi nel passato quando i taxi giravano sotto forma di carrozza trainata a braccia o a cavallo, passando per le prime macchine condivise, per arrivare a quelle che volano.

A un certo punto, nei miei pensieri, è ritornato a galla il racconto del mio migliore amico, che da quando ha finito le superiori vive e studia negli stati uniti. Non ricordo esattamente quando, perché ci sentiamo spesso, ma non più indietro di un mese fa è andato a Los Angeles. Per chi non ci fosse mai stato, dovete sapere che l’aeroporto di LA è fuori mano e per arrivare in una zona della città sicura bisogna attraversarne diverse definite parecchio pericolose.

Visto che i mezzi pubblici sono pochi e nelle zone pericolose lo sono anche loro, si tende a scegliere sempre il taxi o, più recentemente di quando ci andavo da bambino nei tardi anni 2000, un Uber.

(#380) Così ha fatto il mio amico, che dopo un volo da New York di più di 6 ore con arrivo in orario serale si è messo in coda per il taxi. La sorpresa l’ha avuta dopo essere salito. Tra buio e stanchezza non s’era accorto che mancava il tassista. Dal suo racconto mi è sembrato di capire che dopo 10 minuti di adattamento psicologico al fatto che mancasse il guidatore, l’esperienza sia stata perfetta.

Tra le sole Phoenix, Austin, Los Angeles e San Francisco, la compagnia di robotaxi americana Waymo effettua 250 mila corse settimanali. Un numero enorme che porta il conto totale nell’anno a 6 milioni e mezzo di corse.

Mi domando quale sarà la mia sorpresa fra qualche anno nel vedere arrivare alla villa di fronte a casa un robotaxi con una simpatica famigliola di olandesi felici.
Questo apre un discorso più ampio. L’intelligenza artificiale è stata fino ad oggi, passatemi il termine, un “cervello”. Un entità materiale racchiusa in un groviglio di server e fili che si mangia un sacco di elettricità.

Ma se voi vi immaginate un robot simile ad un uomo, potrete iniziare anche ad immaginarvi che un cervello in una teca di vetro, anche se perfettamente funzionante, avrebbe delle potenzialità molto ridotte.

Il discorso cambierebbe drasticamente se questo cervello fosse inserito, anche qui passatemi il termine, in un “corpo” multiforme. A quel punto potrebbe non solo esprimersi, ma anche mettere in pratica le sue volontà direttamente. Questo è il passaggio che cambierà per sempre la nostra civiltà e abbiamo la fortuna, o la sfortuna, di viverlo in prima persona, oggi.

Quando il mio amico mi ha raccontato questa storia ho pensato: “here we go”. dopo quasi 100 anni di applicazione e rifinitura di tecnologie sviluppate alla fine del 1800, come la macchina, l’elettricità, il cinema, la radio, la televisione, il frigorifero e così via.

Questi ultimi 20 anni, sono stati paragonabili a quelli della Belle Époque (generalmente compresa tra il 1870 e il 1914), ma ritengo che questo passaggio fondamentale di dare un multi-corpo all’intelligenza artificiale renderà questo periodo storico ancora più incredibile e di vitale importanza per la nostra specie.

Questo dei primi robotaxi che funzionano, davvero, nella vita vera è il primo passo. Non so quanto ci sarà da camminare, ma non si tornerà indietro. Come sempre quando si salta nel vuoto, non sappiamo dove atterreremo e se saremo vivi. Per questo ho scelto una canzone per sta sera che mi ha fatto da colonna sonora mentre scrivevo, creando il giusto senso di inquietudine. Ovviamente non posso citare il testo.

Correva l’anno 1977

The Alan Parsons Project – I Robot

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