#401 – La moralizzazione della lingua italiana e la sua storia.
Oggi è l’anniversario della presa della Bastiglia. Un giorno iconico che ha cambiato la storia dell’umanità. Forse in meglio o forse in peggio.
Sono di ritorno dalla montagna in una Milano risparmiata dalla morsa del caldo e, in attesa di ripartire per il mare, sto sbrigando tutte quelle faccende che erano rimaste in sospeso in attesa di tempi migliori.
Tra una cosa e l’altra mi sono imbattuto in un video dal titolo: “the Italian language doesn’t make any sense”, che ha attirato la mia attenzione perché è un po’ di tempo che penso la stessa cosa.
Ok, non proprio la stessa cosa, ma qualcosa di un pochino più articolato. Certo si può condividere la tesi sostenuta da diverse persone che l’italiano sia una lingua inutilmente contorta e prolissa. Mi associo a questo coro, ma vorrei andare oltre a questa che, più che un’opinione, è un dato di fatto, soprattutto se consideriamo brevità, sintesi, ritmo e tempo della frase.
Mi riferisco all’influenza dell’etica sulla lingua. Scrivere in italiano è difficile perché ogni parola che si sceglie è stata caricata nel tempo di un valore morale specifico. La cultura italiana ha subito una fortissima influenza della religione cattolica, soprattutto nel momento di passaggio dal latino all’italiano e in quello del consolidamento dello stesso a seguito dell’unificazione.
L’italiano deriva dal latino, ma ha perso la concisione, il ritmo e spesso la linearità di pensiero, nonostante sia tutto sommato una lingua flessiva e ipotattica. Del latino conserva il lessico, che contiene tutti gli stilemi del diritto romano che sono una concausa della moralizzazione della lingua. Il diritto definisce cosa è giusto e cosa è sbagliato secondo l’etica dello stato.
La religione cattolica è intervenuta sulla lingua sia direttamente che indirettamente. In modo diretto quando nel passaggio tra il latino e la lingua romanza, per quasi un migliaio di anni, ha mantenuto la sua funzione scolastica, creando ex novo parole e significati.
In maniera indiretta quando si è insinuata nella scuola, non più sotto il suo controllo, dopo l’unificazione, e per decine di anni ha trasferito i propri valori etici sul linguaggio unico finalmente insegnato a tutti gli italiani.
Ti faccio qualche esempio di parole che in italiano sono fortemente connotate dal punto di vista morale mentre in inglese non lo sono: furbo, ambizioso, egoista, arrivista, disinvolto, raccomandato.
Oltre al significato morale, ormai intrinseco nella parola e che va oltre al significato letterale, anche l’uso del ritmo, della concisione e della linearità sono moralizzati.
Più si sceglie un linguaggio per essere concisi, lineari, diretti, neutri più si viene percepiti come autoritari, aggressori, presuntuosi, superiori, decisionisti e incapaci di empatia anche quando si sta solo cercando chiarezza. Questo vale indipendentemente dal contenuto o dalla moralizzazione delle parole usate.
Alla luce dei fatti l’Italiano è una lingua difficile da usare, anche perché gli italiani sono un popolo che si offende, si impermalosisce e si irrigidisce immediatamente.
“You’ve got your mother in a whirl
she’s not sure if you’re a boy or a girl
hey babe, your hair’s alright
hey babe, let’s go out tonight
you like me, and I like it all
we like dancing and we look divine
you love bands when they’re playing hard
you want more and you want it fast
they put you down, they say I’m wrong
you tacky thing, you put them on
rebel rebel, you’ve torn your dress
rebel rebel, your face is a mess
rebel rebel, how could they know?
hot tramp, I love you so!”
Domandiamoci come fare a scardinare l’etica imperante quando è stata così potente da forgiare la lingua di uso comune. C’è un’unica strada, ribellarsi. Ma se la nostra ribellione consiste nell’offendersi o nell’impermalosirci, allora questa è una guerra che non si può vincere.
Correva l’anno 1974
David Bowie – Rebel Rebel