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#407 – Ferie: le due settimane per cui vive la popolazione.

Mi godo questo breve interludio milanese tra il mare e la montagna. Una temperatura insolita scandisce giorni che sono usualmente roventi. Cammino lungo vie illuminate da un cielo terso al tramonto, mentre i raggi del sole all’orizzonte mi riflettono addosso senza l’usuale foschia dell’afa a schermarli.

Stiamo andando a mangiare. XXX è particolarmente affettuos* in questo periodo e mi godo l’attimo. Il ristorante è affollato da turisti, i milanesi stanno lasciando la città come gli sfollati nell’estate del ’43, ma per futili ragioni. Hanno cominciato gli studenti all’inizio di giugno, seguiti a strattoni dagli universitari fino al fatidico 1° agosto, che segna l’inizio delle vacanze comandate dal sistema post-industriale.

Iniziano quelle due settimane che sono ragione di vita per la maggior parte della popolazione. (#343) La fuga dalla quotidianità sancisce l’insoddisfazione e il fallimento della vita, accendendo l’illusione di dimenticarla “solcando mari sonanti”, per osservare finalmente “un cielo mutato” che reincarna la vana speranza di poter ricominciare a inseguire sogni non ancora spezzati.

Peccato che quei sogni conducano a destinazioni troppo poco esotiche: Pinarella di Cervia, Sottomarina, Igea, Metaponto, Follonica e Ostia. Il cielo non muta abbastanza. Neanche per raccogliere i cocci e riattaccarli con lo scotch. Neanche per riattaccare il sogno della pensione completa senza andare in Albania.

Ci permettiamo una cena reale, estiva, tartare e il polpo adorato da XXX. Non si sente parlare italiano se non tra i camerieri, ammesso di avere la fortuna di trovarne qualcuno che non parli nordafricano.

La cucina è a vista. Di fronte a noi fiamme enormi colorano di rosso l’alluminio di pentole invidiabili, in cui pasta e risotti sono già instagrammabili. Le cozze e le vongole cuociono di lato, coperte da pentole rovesciate.

È un ristorante noto, il proprietario ci viene incontro e ci saluta. Si lamenta che sono abbronzatissimo e io faccio lo stesso per la mancanza di uno dei miei piatti preferiti. Cena perfetta.

Attraversiamo la piazza e torniamo a casa. XXX ha voglia di dolce, ci fermiamo al Carrefour Express di nuovo italiano e prendiamo quello che ci manca per preparare il dolce per domani sera. Si tratta di un esperimento culinario Spugna Style. Rivisitazione di un grande classico delle tavole italiane degli ultimi cinquant’anni.

Alterniamo acrobazie sul divano a quelle sui fornelli. La serata è piacevole, la terrazza è aperta e l’Hi-Fi (#375) del salotto di XXX risuona ovunque la sua classe creando un mood indimenticabile.

Finiamo. Tutto. XXX se ne va, odio le separazioni.

Le odio come i ritorni. Separazioni da luoghi. Separazione dall’illusione di nuovi sogni da inseguire, incastonati in cieli che non ci appartengono.

Quando si chiude la porta e si resta soli, fusi nella quotidianità, si capisce se il suo abbraccio ci soffoca o ci esalta, come quello di un amante. Come l’ultimo abbraccio di questa sera a XXX .

Sono contento.

“I refuse to look back thinking days were better,
just because they’re younger days,
I don’t know what’s ‘round the corner,
way I feel right now I swear we’ll never change,
back when we were kids,
swore we would never die,
you and me were kids,
swear that we’ll never die.”

Come quando ero un bambino. Vado a letto.

Correva l’anno 2016

One republic – Kids

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