#412 – La vita di un personaggio dura il tempo della rappresentazione.
La vita di un personaggio dura il tempo della rappresentazione.
La qualità di un attore emerge quando riesce a interpretare in successione personaggi tra loro diversissimi. Si tratta di un’impresa che richiede preparazione, motivazione, forza di volontà e fisique du rôle.
Per alcuni la ricompensa è economica, per tanti è l’applauso, se sono bravi; ma la cosa che li accomuna tutti è l’urgenza di comunicare, emozionare, stupire, educare, dire la verità ed essere ascoltati.
Ma quando l’attore scende dal palcoscenico, il personaggio si dissolve nell’incertezza della prossima rappresentazione e l’uomo torna a interpretare il personaggio della vita.
Ma la vita dei salotti parigini dell’ottocento non è come quella di un moderno operaio, né come quella di un patrizio di età augustea. Nessuno metterebbe una toga o un corsetto per andare in fabbrica. Ma cosa succederebbe alla sua reputazione se lo facesse?
Nulla di buono.
(#239) Dicono che la reputazione sia la cosa più importante di ogni essere umano, ma che cos’è la reputazione se non la gabbia che circonda il proprio personaggio?
Ma da dove viene il proprio personaggio? Dalla propria penna o da quella di un demiurgo sociale?
Da un lato è difficile immaginare qualche miliardo di Pirandello e dall’altro ritenere che chi detiene il potere non lo eserciti.
Siamo imprigionati dalla reputazione in una stretta claustrofobia, letale per molti, che rompe l’anello più debole della catena dei peccati capitali. Il sesso per Anna Karenina, per Emma Bovary l’accidia, la superbia per Julien Sorel e per Tom Ripley l’invidia.
Ma quando la verità emerge il finale è scritto, come quello di questi superbi capolavori della rappresentazione sociale. La reputazione è distrutta, l’uomo è libero, ma lo tsunami sociale che segue il terremoto è pronto a distruggerlo, per evitare che altri seguano il suo esempio.
Spesso è l’evasione dal proprio personaggio che spinge molti attori. L’evasione è l’alternativa sicura alla distruzione della reputazione e permette, come una pausa in una maratona, di sopravvivere più agilmente alla claustrofobia sociale.
Ma cosa succede quando l’attore interpreta il proprio personaggio della vita?
Una carrozza si avvicina lentamente alla Reggia di Versailles, per scaricare un nuovo pollo alla corte di Luigi XIV.
E se da questa interpretazione dipendesse anche il benessere economico dell’attore?
La gabbia diventerebbe talmente stretta da provocare piaghe da decubito per assenza di movimento. Anche il malessere psicologico aumenterebbe. E non sarebbe più possibile evadere, perché il personaggio rappresentato è il proprio .
Se ti accorgessi di essere a Versailles solo dopo averci vissuto, allora la tua fine sarebbe segnata. Perché gli accordi andrebbero concordati prima di vendere l’anima al diavolo, con perizia.
Nel moderno palcoscenico virtuale non se ne sono ancora resi conto. È il caso degli influencer: senza perizia. E visto che la storia si ripete incombe lo spettro di Nicola II, ma con una sfumatura diversa.
Il rischio è di finire dimenticati e impiegati in una corsa continua alla ricerca della loro identità inseguiti da mosconi e vespe del passato, mentre i vermi dello showbiz raccoglieranno il loro sangue da terra.
“E in faccia ai maligni e ai superbi il mio nome scintillerà,
e dalle porte della notte il giorno si bloccherà,
un applauso del pubblico pagante lo sottolineerà,
e dalla bocca del cannone una canzone suonerà,
così la donna cannone, quell’enorme mistero, volò,
e tutta sola verso un cielo nero nero s’incamminò,
tutti chiusero gli occhi nell’attimo esatto in cui sparì,
altri giurarono e spergiurarono che non erano mai stati lì.”
Per capire se stiamo assistendo a una commedia o a una tragedia bisogna conoscere anche la fine del pubblico in sala, ma questo bisognerebbe chiederlo al demiurgo.
Correva l’anno 1983
Francesco De Gregori – La donna cannone