#428 – De Telefonibus: sulla regolamentazione della sua dipendenza.
De Telefonibus.
Luoghi comuni. Dopo un temporale torna sempre il sereno. Questa mia riflessione rischia di scadere in un luogo comune, è inevitabile. Ma i luoghi comuni sono spesso fondati sulla verità empirica. Potrebbe non essere un demerito.
Oggi mi sembrava di essere in una fiction costruita ad hoc. Dovunque mi girassi, trovavo qualcuno che stava facendo cose stupide con il telefono in mano. Il culmine è stato raggiunto in palestra. Di fronte a me, quattro persone stavano facendo gli esercizi per le gambe con il telefono in mano.
Sono sceso per andare a fare i piegamenti e gli addominali e una ragazza mi è venuta addosso sulle scale, perché stava controllando Instagram.
Fino a qui soltanto luoghi comuni, mi direte, forse incredibilmente concentrati, ma in a day in a life può capitare. Ma non è di questo che voglio parlare.
Non voglio parlare nemmeno del fatto che le persone sanno che il telefono genera dipendenza. Anche questo sarebbe ovvio e scontato.
Mi voglio soffermare sul fatto che le persone, in fondo, pensano che sia giusto.
Condividere la posizione, per informare parenti e amici che siamo vivi.
Essere raggiungibili in qualunque momento.
Avere le notifiche attivate, magari anche con un suono.
Sono tutte cose che è giusto fare. L’auto-giustificazione si fonde con la nostra anima inerme.
Domandarsi in che modo potremmo mai essere utili a qualcuno che sta male a 15 minuti da noi è un mero esercizio di stile.
E allora domandiamoci “perché” è giusto.
Per prima cosa non sottovalutiamo la consuetudine.
L’affermazione “si è sempre fatto così” spiega tutto, addirittura perché Elvis non sia sull’isola.
Se un bambino viene geo-localizzato da quando aveva sei anni, a diciotto si sente perso se non lo è. È paradossale ma è così. Proporgli di andare a fare un giro lasciando a casa il telefono potrebbe generare un attacco di panico.
Ma vale anche il contrario. Quando vado in palestra non porto mai il telefono. Quando lo racconto, ci sono persone che stanno male per me. Come stanno male le persone che devono aspettare che io rientri senza potermi contattare, magari per ore.
Ma non è solo questo. Ci sono numerosi bias che, per costruzione dell’oggetto, convergono sul nostro telefono e lo rendono “giusto”, incominciando dall’auto-indulgenza.
Gli esseri umani sono soggetti a qualunque tipo di dipendenza dalla notte dei tempi. Se tu chiedi a un alcolizzato se bere fa bene, la risposta sarà per certo no. Semplicemente non riesce a smettere.
La cosa bizzarra della dipendenza da telefonino è che le persone la ritengono “giusta”.
E allora il problema non è mai stato il telefonino, ma come la società sta gestendo un’innovazione. Perché la soluzione non è nel “si è sempre fatto così”, perché prima non c’era, ma nella regolamentazione dell’uso. Non voglio aggiungere che è importante la responsabilizzazione a scuola dei ragazzi perché mi trasformerei in un ingenuo radical chic.
In ogni caso le persone incaricate di trovare una soluzione non sono all’altezza.
Vietiamo l’utilizzo del telefono nei luoghi pubblici? Come il fumo?
(#334) Perché fumare non è una dipendenza: “More doctors smoke Camel than any other cigarette”.
Ma sono serviti ottant’anni al mondo per bandire le sigarette dai luoghi pubblici, quanti ne serviranno per i telefoni?
Forse c’è una speranza. E se non c’è ci ritroveremo in Paradiso, forse.
“They tried to make me go to rehab, I said no, no, no,
I ain’t got the time and if my daddy thinks I’m fine,
he’s tried to make me go to rehab, but I won’t go, go, go”
Correva l’anno 2006
Amy Winehouse – Rehab