#432 – Le opere definiscono i loro autori, non le intenzioni.
(#420) (#431) Un contadino si dovrebbe offendere se gli viene detto che non è un intellettuale?
La risposta a questa domanda definisce un’intera società.
Non penso che possiamo essere davvero così arroganti da avere un qualunque valore solo per il fatto che siamo stati messi al mondo.
(#363) Noi siamo quello che produciamo. Non possiamo essere in potenza, altrimenti ci trasformiamo in un sogno.
Produciamo opere letterarie, dipinti, sculture, piatti stellati, campi di mais, salotti puliti, bambini che sanno scrivere o qualunque altro tipo di opera industriale o dell’intelletto.
Se prima di andare a letto richiamiamo la produzione odierna e la aggiungiamo al bottino dei giorni precedenti, questa somma ci definirà mattina dopo mattina per tutti i giorni che ci saranno dati. Sia in quantità che in qualità (dignità retroattiva).
(#361) (#384) Considerato il mio pensiero sull’etica, non concordo con i moralisti come Kant e Sartre che danno un peso alle sole azioni. È il risultato delle azioni che mi interessa: l’opera.
Bisogna riconoscere, però, che il fine per cui si produce un’opera non è insignificante. Ipse dixit. È quindi il concetto di “Eudaimon” da sviluppare.
Se a livello didattico Aristotele definisce tutte le virtù morali, creando un modello assoluto in cui si colloca l’Eudaimon, i secoli che gli sono seguiti hanno mostrato centinaia di etiche diverse, a cui il miserabile essere umano ha dovuto adeguarsi. Etiche ingiuste, incoerenti, a volte anche drammatiche, che hanno plasmato dei super-io potentissimi.
Diventa assai complesso valutare una persona sulla base di requisiti morali, quando le etiche girano più velocemente dei venti a Capo Horn.
E allora valutiamo il risultato, le opere. Valutiamo le virtù dianoetiche, perché se l’opera è fatta a regola d’arte sono dimostrate per definizione quelle indispensabili per crearla. Riguardo alle virtù morali, limitiamoci ai valori universali comuni a tutti i venti nella storia, come non uccidere, senza entrare nell’ambito di un’etica assoluta più articolata.
Alla luce di queste indicazioni ognuno di noi è definito da un valore oggettivo.
Tornando alla domanda iniziale, compito della società è far combaciare il valore del singolo individuo con quello che l’etica gli attribuisce. Questa si chiama dignità.
Perché la dignità esiste in ogni individuo e in ogni categoria sociale. Hai letto Barry Lindon?
La dignità individuale consiste nel conoscere i propri limiti e le opere che si possono produrre e andarne fieri se portano un contributo alla società.
La dignità sociale è il valore che la società riconosce alla categoria di persone (es. contadini). È il metodo brevettato dall’etica per distruggere la dignità individuale e rendere le persone infelici.
Dignità individuale e sociale sono anch’esse in sovrapposizione quantistica. Solo chi farà la misura al termine dei giochi saprà dov’è passato l’elettrone.
Al netto delle categorie nocive, come i ladri, gli assassini, i truffatori, tutte le altre sono buone. E allora non ci dovrebbe essere differenza nella loro dignità sociale. Non c’è differenza tra un operaio, un impiegato e un intellettuale. Il loro lavoro è utile in egual misura alla società. Ognuno contribuisce per quello che può e se ci riesce, ha una grande dignità individuale, come Mastro Don Gesualdo.
Chiarito questo, un contadino non dovrebbe offendersi. Saprà che il suo apporto è fondamentale per quello che sa fare. Mai si avventurerà su terreni scoscesi, lascerà agli intellettuali e agli impiegati il loro lavoro, e allo stesso modo faranno loro. Eviterà ogni inciampo che possa compromettere la propria dignità individuale e la propria vita, mantenendo la sua dignità e il suo fine nella vita.
Appare così evidente che una società giusta, per rimanere in salute, dovrà occuparsi delle sperequazioni sul lavoro prima di quelle sui redditi.
Non c’è niente di peggio di una persona che non produce un livello di opere sufficiente alla sua dignità individuale. Non molto meglio sono coloro che desiderano appartenere a una categoria sociale che richiede una produzione di opere superiore a quella che l’individuo stesso può garantire.
(#417) Inventarsi un fine nella vita non è per tutti. Cercarlo nella propria dignità individuale è stato alla portata dei più. È deplorevole per una società permettere di discriminare la dignità di una categoria obbligando interi gruppi di persone a cercare il proprio fine al di fuori della propria dignità individuale.
Un operaio non è da biasimare perché non è un impiegato. È da biasimare se è un pessimo operaio, o se non lavora.
Non bisogna temere l’AI perché ti ruberà il lavoro, ma perché ti ruberà la necessità di produrre delle opere, quindi di agire e quindi “il fine” per la vita. Sisifo che non trova più il masso.
“Jump down, turn around, pick a bale of cotton,
jump down, turn around, pick a bale a day”
Correva l’anno 1962
Johnny Cash – Pick A Bale Of Cotton