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#444 – La teoria del vento.

Per la serie “Saturday night dance”.

In un sol colpo l’acqua ha lavato via l’estate. È venuto il vento. Ha smesso di piovere.

Una settimana dopo la mia gita in Paolo Sarpi le persone non indossano più pantaloncini corti e maglietta, ma trench, stilosi cappotti, scarpe invernali e pantaloni firmati. Anche i Maranza.

Ma è il vento che comanda. Un vento sottile, ma presente.

Quando cambia il vento spero sempre che arrivi Mary Poppins. Avrei proprio bisogno di lei per sistemare delle cose. Una donna di altri tempi, come le canzoni che un freddo algoritmo sta scegliendo sull’hi-fi del mio salotto e che mi riportano a una calda epoca andata: con le sue persone, i suoi luoghi e i suoi ideali.

(#411) Vedo dov’ero. Vedo dove sono adesso. Come ci sono arrivato?

Tutte le sere, dopo una cert’ora divento nostalgico. La vecchia professoressa d’italiano delle medie ci obbligò a leggere i libri che lei chiamava da “ragazzi” e che io avevo ribattezzato da “ragazzi di una volta”: Salgari, Asimov, Kipling, Dumas, Molnár.

(#126) Erano tutti nella libreria di mia nonna, nel salotto, di fianco al pianoforte di una vecchia casa milanese, centrale ed enorme, arredata anch’essa secondo i gusti di un’epoca andata. Lo stesso salotto dei dischi dei Beatles.

Ricordo i pomeriggi d’inverno passati sdraiato sul divano a leggere di avventure nei mari tropicali, nello spazio o in qualche città fuori dal tempo e per me immaginabile soltanto grazie alle descrizioni dei libri.

Li portavo a casa e finivo di leggerli la sera, nello studio, seduto sulla poltrona di fianco al calorifero. E spesso leggevo nella malinconia, domandandomi dove sarebbe andata la mia vita, intento nella millenaria dicotomica impresa di “riuscire ad accettare se stessi” e “di riuscire a diventare se stessi”.

Qualche anno dopo, guardandomi intorno più che guardando me stesso, ho notato che la maggior parte delle persone non ha nessun controllo sulla propria vita e ho sviluppato la “teoria del vento”.

La mattina, quando ci svegliamo e usciamo dalla porta, una folata di vento ci porta in giro, dove vuole. Ci rilassiamo e ci facciamo trasportare, senza opporci. A volte ci porterà dove vogliamo andare, a volte dove dobbiamo andare, a volte in luoghi inaspettati.

Non sempre riusciremo a tornare a casa. A volte il vento ci porterà via i nostri cari. A volte porterà via noi.

E allora cambiano le vite, le case, i luoghi, gli amanti. A decidere è il vento. A volte in meglio, a volte in peggio. E quando troviamo qualcosa di buono proviamo ad aggrapparci alle pensiline, come sul molo di Trieste in un giorno di violenta Bora.

Una teoria molto diversa dall’autodeterminazione dei grandi libri per “ragazzi di una volta”. Apprezzo quei libri oggi molto più di allora, perché mi spingono a sviluppare ulteriormente la “teoria del vento”.

Le vite dei grandi eroi come Sandokan, D’artagnan, Seldon e Kim sono esistite davvero, ma sono talmente diverse da quelle di tutti gli altri, che mi chiedo come sia possibile.

Come si diventa un capitano Nelson?

Non ho una risposta definitiva, ma credo che serva qualche qualità. Solo le persone speciali potranno piegare il vento.

(#384) Ma in fondo al cuore bisogna volerlo fare. Bisogna avere il coraggio di lasciare libero il nostro ES. Il coraggio di scendere nell’abisso jungiano, col rischio di fare cose molto brutte, col rischio di pagarne care le conseguenze.

Ma questo è per pochi.

A noi resta soltanto il vento e le nostre vite ordinariamente fuori controllo. Dove anche la routine diventa una certezza forte come una pensilina.

La routine dice che è sabato sera e in una giornata di vento sottile come questa, il vento ci porterà laddove si balla. Let’s dance.

Correva l’anno 2019

Dance monkey – Tones and I

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