#449 – Pavese: una visione neutra dei moventi delle persone durante la guerra.
Ieri sera ho letto “la casa sulla collina”.
Qualche tempo fa mi sono imbattuto sotto casa in un mercatino di libri nuovi a tre euro. Una bancarella esponeva i classici, così ne ho comprati una quindicina e uno di questi era proprio quello di Pavese.
(#439) Non controllo mai in anticipo di cosa tratta un libro o un film. Mai. Qualche sera fa ho letto il grande Gatsby, perché mi piaceva la copertina e oggi questo, perché sono visceralmente legato alla collina.
La mia famiglia ha una casa che io chiamo “di montagna”, ma che in realtà si trova proprio sulle colline di cui parla il romanzo. Condivido gli stessi ricordi d’infanzia, fortunatamente in un momento storico molto diverso e conosco bene i luoghi e le persone che la abitano.
In quest’oggi dove i venti di guerra hanno ricominciato a soffiare, mi sono ritrovato con un libro che, a suo modo, parla proprio di quella.
Bisogna leggere cosa è già successo per capire cosa succederà, ma con attenzione: la storia è il più originale romanzo mai scritto, ma non ha nulla a che vedere con la verità.
I libri di guerra scritti da autori italiani parlano soltanto di partigiani e di campi di concentramento. Sono serviti a sostenere la propaganda comunista nell’aspro duello che divise l’Italia tra Atlantisti e blocco Russo. I vincitori hanno scritto la storia, come sempre succede, quindi i partigiani sono stati trasformati in leggenda e gli ebrei in martiri.
Non vado pazzo per la propaganda di partito mascherata da letteratura, quindi nemmeno per questo tipo di letture, pur riconoscendone il valore.
Questo di Pavese però si distingue parecchio, anche da tutti gli altri capolavori del genere come: “Il partigiano Johnny”, “Se questo è un uomo”, “Il giardino dei Finzi-Contini” e tutto sommato anche dal “Sentiero dei nidi di ragno”. Pavese è un esistenzialista filosofo che ha una profonda conoscenza della natura dell’uomo.
Rappresenta la guerra come lo sfondo del nostro computer, un sottofondo a cui i personaggi sono abituati, pervasiva ma senza sostanza, che invece si trova nella storia e nei personaggi stessi. Al contrario di tutti gli altri scrittori che sembrano voler illustrare un diario di avvenimenti storici e politici.
La descrizione dell’impatto psicologico della transizione tra fascismo e occupazione sulla popolazione è devastante. Non è la descrizione di quello che è successo, ma l’evoluzione del pensiero delle persone, espresso in termini lirici, ma reso concreto con esempi vividi.
(#376) La manipolazione dei ragazzi, che ritroviamo in maniera massiccia anche oggi, è descritta in maniera così precisa che tra Nando e mia cugina ProPal non sembra esserci nessuna differenza, se non i settantasette anni che li dividono. Pensano uguale. Parlano uguale. Agiscono uguale.
L’ultimo terzo di libro rappresenta Pavese nel suo genio originale. La narrativa, impeccabile, si scioglie levando di colpo il sostegno all’impegno sociale e distruggendo l’ipocrisia che cela i veri pensieri dell’uomo, che vengono inesorabilmente rivelati. Si vuole soltanto la fine della guerra… e sopravvivere. Gli ideali sono imposti o sono dei ragazzini. Il resto è propaganda.
Le critiche giunsero copiose, il libro andava oltre ma non educava. Così Togliatti, Fortini, Salinari videro una grande occasione persa e gridarono alla “negazione della realtà storica”, la loro ovviamente. Il premio Strega lo riabilitò.
Per capirlo bisogna dimenticare la narrativa classica e forse un po’ scontata, per abbracciare la filosofia. Questo è un libro di morale, individuale e collettiva. Sulla natura dell’uomo in tempo di guerra. È geniale e per pochi. Ci lascia però la definizione migliore che io abbia mai letto.
“Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti che facciamo? perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere.” (C. Pavese)
Questa è la guerra. Sperando che non la debba vedere mai sulle mie colline.
“And the battle’s just begun,
there’s many lost, but tell me who has won?
the trenches dug within our hearts,
and mothers, children, brothers, sisters torn apart,
sunday, Bloody Sunday,
sunday, Bloody Sunday,
how long, how long must we sing this song?,
how long? How long?”
Correva l’anno 1984
U2 – Sunday Bloody Sunday