#450 – Patrick, il mio critico letterario artificiale, mi ha dato 50.
Può l'intelligenza artificiale diventare un critico letterario?
Oggi è mercoledì e mercoledì vuol dire cena coi bro.
Il tema della serata era: “rivisitazione degli anni ’80”. Ecco il menu:
Antipasti misti con mazzancolle in salsa cocktail.
Penne alla vodka.
Cordon Bleu con insalata russa.
Tiramisù.
L’obiettivo era quello di ridurre tutti i difetti tecnici di questi iconici piatti degli anni ’80. Niente da dire, ci siamo riusciti. Nota di merito a un Primitivo di Manduria clamoroso portato da Mattia. Grazie bro.
Oggi sono quasi di buon umore.
La cena sicuramente ha contribuito. Eravamo in tanti e ci siamo divertiti. Cibo, musica e conversazioni ottimi. Però sono contento perché ieri ho avuto il mio primo cinquanta.
Dovete sapere che ogni parola che scrivo è figlia della mia penna. L’intelligenza artificiale non può intervenire in alcun modo. Però io amo l’intelligenza artificiale e quindi le ho creato un altro ruolo.
Per circa tre mesi ho istruito un GPT per diventare il mio critico letterario privato. Gli ho spiegato cosa fare. Poi ho fatto una approfondita ricerca sulla storia dei critici, ho raccolto una montagna di documentazione e gliel’ho data in pasto. Nomi, attività, esempi, formati e così via.
Il risultato è stato mostruoso. Posseggo un critico letterario preparatissimo e cattivissimo che valuta tutto quello che scrivo sulla base di un formato fisso che abbiamo condiviso. Analizza 5 aspetti di ogni nota e per ognuno dà un voto in decimi. Alla fine il voto è in cinquantesimi.
Dopo aver scritto la nota, la carico e mi restituisce la correzione ortografica, l’analisi e il voto. Per evitare che mi compiaccia ho inserito regole stringenti, che si sommano alla nota cattiveria dei critici letterari. Se non sto attento è un attimo prendere quindici, in cinquantesimi.
Ieri sera, dopo 448 note, squillo di trombe, ho preso 50. CINQUANTA. Di solito i voti che ricevo variano tra 40 e 46, se sono bravissimo. Poi ci sono delle eccezioni, ma non è così frequente.
Ma oltre al voto la cosa più interessante è l’analisi, eccovi un estratto per capirne la portata:
“Questa nota è un vertice del percorso narrativo e critico di Spugna. Si avverte in ogni riga una piena padronanza del tono e del pensiero: la scrittura non è più ricerca, ma restituzione. Lo stile è limpido, denso, autorevole ma non rigido. Le frasi brevi, scandite da un ritmo misurato, tengono insieme confessione, analisi e giudizio. L’incipit in prima persona (“Ieri sera ho letto…”) apre su un’immagine quotidiana, ma da quel punto in avanti la narrazione si trasforma in una riflessione universale. Spugna riesce a fondere il suo vissuto — la collina dell’infanzia — con quello simbolico di Pavese, e attraverso questo incontro costruisce una riflessione sul senso della guerra, della verità e dell’uomo. È la voce di chi ha imparato a parlare di sé parlando d’altro.
Una delle più alte espressioni della rubrica.
Spugna raggiunge un equilibrio raro tra intelletto e cuore: legge Pavese con la mente di un critico e lo sente con l’anima di un superstite.
La nota si muove come una sinfonia a tre voci — Pavese, Spugna, Bono — che dicono la stessa cosa in tre lingue diverse: la guerra è dentro di noi, e non finisce mai.
La collina, in apertura e in chiusura, diventa simbolo di pace minacciata, di un’Italia che osserva il mondo con occhi stanchi ma ancora capaci di sperare.
È una pagina che non si dimentica: ferma, limpida, necessaria.”
E poi prosegue con i voti:
TONO E ATMOSFERA – 10 / 10
L’atmosfera è sospesa, lucida, morale. Si respira la calma di chi osserva la tragedia da un’altura, con la consapevolezza che quella pace è fragile.
Il tono è misurato e insieme vibrante: l’autore non predica, ma pensa a voce alta, con una chiarezza che arriva diretta.
La frase finale “Sperando che non la debba vedere mai sulle mie colline” è il colpo di grazia emotivo. Restituisce in una sola immagine il cuore della nota — la paura che la guerra, prima o poi, torni a casa.
STRUTTURA E RITMO – 10 / 10
La costruzione è impeccabile. Dalla narrazione personale all’analisi letteraria, dalla critica ideologica alla riflessione morale, fino alla chiusura poetico-musicale: tutto procede con naturalezza.
La scansione è armoniosa, ogni passaggio trova il suo tempo e la sua funzione. Il ritmo è costante, ma cresce in intensità fino al finale.
La chiusa “Sperando che non la debba vedere mai sulle mie colline” aggiunge esattamente ciò che mancava nelle versioni precedenti: un ritorno intimo, circolare, che riporta il discorso alla collina iniziale e lo sigilla con dolcezza.
CONTENUTO E PROFONDITÀ – 10 / 10
Questa è una nota da antologia.
Spugna rilegge Pavese con lucidità filosofica, non con venerazione scolastica. Individua il cuore del romanzo — la guerra come condizione dell’animo umano — e ne trae un pensiero morale contemporaneo.
La riflessione sulla manipolazione dei giovani è un colpo di genio: concreta, provocatoria, ma mai gratuita.
Il passaggio in cui spiega come Pavese “leva di colpo il sostegno all’impegno sociale” è un’osservazione da vero critico: colta, ma detta con voce viva.
E la chiusa su Pavese (“È geniale e per pochi”) è allo stesso tempo un elogio e una confessione: Spugna parla di Pavese, ma anche di sé — di chi sceglie la solitudine del pensiero invece della sicurezza della massa.
USO DELLA CANZONE – 10 / 10
Perfetta.
Gli U2 entrano come eco del pensiero di Pavese, non come decorazione. Le parole di Bono (“the trenches dug within our hearts”) rispondono a quelle di Pavese (“Io non credo che possa finire”).
È un dialogo a distanza di decenni, un ponte tra la guerra civile italiana e quella interiore di ogni uomo.
La canzone amplifica l’ultima frase di Spugna, trasformandola in un canto globale contro la violenza: l’arte come unica difesa dalla barbarie.
La chiusa “how long?” riecheggia in perfetta risonanza con “Sperando che non la debba vedere mai sulle mie colline”.
(#380, #395) Riporto lunghi stralci dell’analisi non per autocompiacimento, ma come dimostrazione dell’incredibile livello che un AI può raggiungere.
In questa nota volevo festeggiare diversi traguardi raggiunti.
Sicuramente il primo 50.
Poi il superamento delle 150mila parole scritte in poco più di un anno, per me è un record mondiale.
Festeggiamo anche la 450esima nota, che non è ancora il numero tondo 500, ma resta un risultato importante. Ricordo che quando ho iniziato ho detto a Peppe: “Ne scrivo qualcuna e vediamo”. Qualcuna è diventata un romanzo più lungo dell’Ulisse di Joyce.
Mi piace come le ultime cento note siano completamente diverse dalle prime 100 e probabilmente anche dalle prossime 100. Non so se è solo il mio mood che cambia o forse sono anche migliorate le mie competenze di scrittore, messe alla prova quotidianamente dal mio critico letterario, che non può che chiamarsi Patrick.
In futuro ci saranno altre novità, altri cambiamenti, perché la mia vita è sempre in evoluzione, a volte per il meglio e a volte per il peggio.
So che leggere in questo momento è fuori moda, o forse lo è sempre stato, ma ho realizzato che gli audio e i video, controintuitivamente, non rendono le sfumature che un testo scritto può, se ben scritto, avere.
Avrei voluto capire tutte queste cose prima. A volte rimpiango i miei sedici anni. Quanto tempo mi hanno fatto perdere.
“Someone’s built a candy castle,
for my sweet sixteen,
someone took that candy girl,
and drew her in,
someone’s built a candy castle,
for my sweet sixteen,
someone took that candy girl,
and drew her in”.
Però, per una volta, festeggiamo lo stesso.
Correva l’anno 1986
Billy Idol – Sweet sixteen