#453 – La natura dell’essere umano è discriminare, vietarlo serve a qualcosa?
“Il paragone è l’unico sport dove si perde prima del fischio d’inizio”.
(#452) Con questa frase si apre un intero spot pubblicitario, appena pubblicato dal nostro eroe di ieri, che non solo esplicita, ma rafforza, il concetto di normale mediocrità.
Quando le persone non sanno leggere e faticano a scrivere, tendono ad appropriarsi di frasi fatte, come i detti. Nell’era dell’internet, ai detti si sono affiancate le “frasi dei cioccolatini”.
Frasi ad effetto, generaliste e qualunquiste, che fanno sentire più sicuro chi le pronuncia o le scrive. Se in origine sono state create da letterati, generalmente vengono riportate, ma non comprese e quindi utilizzate a sproposito.
In ogni caso fanno sembrare più intelligente chi le usa, soprattutto se chi le legge non ha i mezzi per capire che sono state copiate e magari pronunciate fuori contesto. Anche se in genere vengono scritte, così si evita il problema di ricordarsele a memoria, per evitare di somigliare agli avvocati scarsi che citano male il latino.
La proliferazione delle “frasi dei cioccolatini” omologa ancora di più, se possibile, la produzione di contenuti.
(#334) Ma ora parliamo di merito e in particolare di discriminazione. Si vuol far passare il paragone come qualcosa di negativo, ma lo è davvero?
No di certo!
L’essere umano nasce per discriminare, lo fa in primo luogo sulla dimensione degli organi genitali maschili e del seno femminile. Lo fa sull’estetica e sulla scelta del partner con cui riprodursi. Una persona bella avrà una vita molto più agevole di una brutta.
Si gioca una partita per vincere, mai per perdere e tutta l’evoluzione dell’umanità si basa su questo “paragone”, sulla volontà di superare il primato di un primate.
Perché allora il nostro eroe ci esorta a non paragonarci?
Questo equivale a non giocare la partita, a non metterci in discussione, a non schierarci.
Bisogna tornare bambini, quando gli sconfitti si scioglievano in pianti infiniti, urlavano al complotto, inventavano le scuse più originali per non ammettere la loro inferiorità. Perché tutti vogliono vincere e nessuno vuole perdere. Vale per tutti, grandi e piccini.
Ma nel mondo dell’inclusività non c’è più spazio per la sconfitta.
Nemmeno Gordon Ramsay è più quello di una volta. Ma quando abbiamo davanti due piatti della tanto di moda carbonara, ci mettiamo mezzo secondo a stabilire la più buona.
Allora il cuoco perdente dovrà accettare la sconfitta. Perché è qui il punto. Il bambino che capisce di non poter vincere spesso non gioca più, o rinuncia a farlo dal principio. Ma nel corso del tempo gli viene insegnato che bisogna accettare la sconfitta, smettere di giocare è l’unico comportamento da perdente.
Per vincere bisognerà allenarsi di più, essere più intelligenti e così via. Ma questo nella vita di oggi è in contrasto con il work-life balance. Non vorrete mica essere definiti workaholic vero?
E allora allenatevi meno, sicuramente sarete più bravi.
L’unico modo dignitoso per non fare crollare il sistema e convincere le persone che il paragone sia il male, così le persone non giocheranno più la vita. Due piccioni con una fava. Si alleneranno poco e non saranno mai realmente in grado di competere. Disinnescati in un colpo solo la pericolosità per l’etica e il rischio di miglioramenti sociali e tecnologici. Eliminata la scala mobile sociale.
Grazie eroe del popolo. Come ci influenzi tu, nessuno. Hai appena vinto il premio “frase da cioccolatino” dell’anno. Puoi dedicarlo a tutti i tuoi seguaci, che ne hanno fatto tesoro, insieme alle lacrime e al sangue.
(#382) Però imparare a perdere, capire i propri limiti e accettarli è la vita. È vero, ce la fanno in pochi, ma solo l’accettazione della sconfitta ci salva dal fallimento e fuga ogni rimorso e ogni rimpianto.
(#417) Prima falliamo e prima possiamo inventare un nuovo scopo.
La maggior parte fallirà fino alla fine, però almeno ci avrà provato. Non giocare è come rincorrere l’insegna:
«Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.»
E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo? e che gente è che par nel duol sì vinta?».
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltà il gran rifiuto.
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
eran ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
Bisogna provarci, sempre, perché alla fine qualcuno vincerà e forse prima o poi sarà il nostro turno. Forse.
Dalla collezione di vinili di mia zia, un classico “monumento”.
Correva l’anno 1978
Queen – We are the champions