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#455 – Quando è tempo di smettere di essere l’allievo e diventare il maestro.

Oggi è mercoledì e mercoledì vuol dire cena coi bro.

Ecco il menù:

Antipasto misto semplice
Risotto con zucca, Finferli e Taleggio.
Carré di manzo brasato con puré.
Lemon merengue pie (without merengue).

Cena particolarmente riuscita. L’abbinamento del risotto con il carré identifica la stagione. La torta ha rinfrescato rimanendo un grande classico, rivisto secondo il mio gusto. Odio l’uovo che sa di uovo.

“Ready, are you? What know you of ready?
For eight hundred years have I trained Jedi.
My own counsel will I keep on who is to be trained!
A Jedi must have the deepest commitment, the most serious mind.
This one a long time have I watched. All his life has he looked away… to the future, to the horizon.
Never his mind on where he was. Hmm? What he was doing.
Adventure. Excitement. A Jedi craves not these things.” (Yoda)

Mio padre è un enorme fan di StarWars e io sono cresciuto imparando a memoria tutti i dialoghi. Penso che questo sia uno dei più importanti.

Quando da apprendisti si diventa maestri? Quando viene il tempo di smettere di studiare per espandere l’arte imparata?

Stando alle aspettative dei tempi moderni, mai. Se facessimo un breve excursus temporale, le cose non sarebbero proprio in questi termini. Picasso, Michelangelo, Mozart, Newton crearono cose incredibili prima dei 25 anni. Maestri precocissimi. Ma nella storia i grandi lo erano quando oggi si considerano i ragazzi poco più che tali.

Non è l’età che definisce la grandezza, ma il talento.

La scuola italiana mortifica ogni velleità di talento per santificare l’inclusione dell’ultimo demente.

Torniamo alla domanda elementare. La grandezza culturale di un popolo è data dal suo livello medio o dalle sue eccellenze?

Credo che la risposta sia univoca. Dante, Boccaccio, Manzoni testimoniano la grandezza in vece dei poveri sconosciuti, dimenticati dal tempo.

Facciamo negazionismo e diamo spazio solo ai quarantenni. I vecchi non muoiono mai e i giovani non ereditano né i mezzi né le responsabilità.

Ma bisogna riconoscere ai boomer di oggi, che sono sul palcoscenico da 50 anni, che hanno combattuto ventenni per salirci, e noi? Marciamo a casa skippando stories.

Non combattiamo vittime delle nostre insicurezze. Se Michelangelo ha scolpito la pietà prima dei 23 anni, si può fare.

Smettiamo di demonizzare la sicurezza. Quando sai fare una cosa devi farla, senza paura. Paura di sembrare troppo. La società ti penalizza, ma tu ignorala. Il vero eroe è chi crea qualcosa di straordinario. La storia insegna che l’ordinario è mediocre e inutile.

Per imparare a fare una cosa per bene, però, ci vuole tempo. Non cadiamo vittime del work-live balance. Se davvero hai una passione inseguila anima e corpo, 24 ore al giorno, deve essere il tuo ultimo pensiero quando vai a letto e il primo quando ti svegli. Dovrai sembrare workaholic.

L’insicurezza è una mediocre inutilità, che va combattuta come la peggiore malattia.

Quindi quando si può smettere di essere l’allievo per diventare il maestro?

Auspicabilmente, il prima possibile. Saprai di esserci riuscito quando tutti i vecchi “in carica” dovranno abdicare, perché è arrivato il nuovo fenomeno e a loro non resta che ritirarsi. E se non lo fanno volontariamente, dovrai obbligarli con la forza.

Ostinarsi a rimanere allievi è come rifugiarsi nella speranza di un’eterna infanzia, ma per diventare maestri bisogna combattere.

“New blood joins this earth and quickly he’s subdued,
Through constant pained disgrace,
The young boy learns their rules,
What I’ve felt, what I’ve known,
Never shined through in what I’ve shown,
Never be, never see,
Won’t see what might have been,
What I’ve felt, what I’ve known,
Never shined through in what I’ve shown,
Never free, never me,
So I dub thee unforgiven,
Throughout his life the same, he’s battled constantly,
This fight he cannot win,
A tired man they see no longer cares,
The old man then prepares to die regretfully,
That old man here is me, yeah”.

Correva l’anno 1991

Metallica – The unforgiven

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