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#464 – L’auto-stima: valore soggettivo e valore oggettivo.

Fa caldo, per essere fine ottobre. Sto tornando dalla palestra, in realtà la strada è brevissima, devo solo attraversare la piazza dove la statua di quel patriota onesto troneggia simbolo nel covo dei disonesti. Ma a metà strada un pensiero ha iniziato a frullarmi nella testa. Devo camminare e allora decido di prenderla larga e fare un giro in piazza del Duomo.

Un anno fa non sapevo nuotare, oggi ho fatto un chilometro e mezzo in trenta minuti. Sono soddisfatto.

Ma ho ragione d’esserlo?

Questione di punti di vista. Dodici mesi fa affondavo in una pozzanghera, otto mesi fa festeggiavo l’essere riuscito a completare una vasca da venticinque metri senza affogare, quattro mesi fa affrontavo la mia prima virata e oggi ho raggiunto questo tempo. Probabilmente dovrei esserlo.

D’altro canto il record mondiale dei millecinquecento metri stile libero è quattordici minuti e trenta secondi. Se gareggiassi contro Bobby Finke, ci metterei più del doppio del suo tempo. Mentre taglio il traguardo lui sarebbe già a casa. Questo è avvilente.

(#363) Il mio valore “oggettivo” come nuotatore è scarso e questo mi deve essere estremamente chiaro.

Da bambino mi sono incatenato alla porta della cameretta per non andare più in piscina. Combattevo la mia battaglia per la vita contro una nazi-istruttrice e una vasca gelata. Vinsi. Ero un super-nano, non ho mai saputo nuotare, ho imparato a stare a galla al mare e infine, dopo quasi vent’anni, ho staccato questo tempo sui millecinquecento metri.

Questo lo rende più romantico, ma non migliore.

Quante volte romanticizziamo un nostro risultato soltanto per il fatto di essere riusciti a raggiungerlo?

Sederci al tavolo per mangiare uno spezzatino con la polenta a cui abbiamo dedicato due ore del nostro tempo ci renderà molto meno obiettivi. Bada bene, se lo spezzatino è mangiabile puoi esserne soddisfatto. L’importante è che la tua autostima non faccia di te un nuovo Bottura.

Perché il meme della bassa autostima va sempre più virale nella genZ, ma il rovescio della medaglia è la mitizzazione della normalità che porta a sovrastimare il valore “oggettivo” delle persone.

Può un ragazzo fare il modello se non è un granché?

No. Nemmeno se ci crede forte forte.

Effettuare una giusta auto-stima è un’arte che si affina partendo dal valore “oggettivo”. Il mondo ce lo sbatte in faccia e noi diventiamo tutti re, come il famoso Lear. Negazionisti fino al midollo e fino alla fine.

(#417) Purtroppo l’auto-stima del valore soggettivo e la corretta valutazione del nostro valore “oggettivo” sono le fondamenta per la scelta e per il raggiungimento del nostro fine.

(#396) Inutile incaponirsi nel raggiungerlo se il nostro valore oggettivo è troppo basso per riuscirci.

L’esistenzialista fallimento ci permetterebbe di riscrivere la storia della nostra vita, dando al romanticismo la possibilità di cancellare un fine che non avremmo mai raggiunto e di inventarne uno alla nostra portata.

Ma l’ipocrisia Empusa colpisce ancora. Quando il mondo abbassa volutamente la valutazione del nostro valore “oggettivo” o quando la compiacenza aumenta ingiustamente quello “soggettivo”. Se diventiamo vittime del demone rimaniamo bloccati come Sisifo, ma da noi stessi e per questo non potremo mai essere felici (Camus).

(#385) Solo la forza di accettare il nostro valore “oggettivo”, regolando di conseguenza quello “soggettivo”, ci permetterà di avere un fine, e se sarà quello di diventare il nuovo Bottura, avremo l’opportunità, reale, di provarci.

Inseguendo il nostro fine, notte e giorno, ignoreremo l’esistenzialismo quel tanto che basta per avere una vita felice e “gloriosa”.

“Well, here she comes like a brand new day,
belly dancin’ across the room,
in the moonlight, I watch her sway,
to her rhythm, I’ll go as groom with grace,
tonight,
she’s,
bringin’ me in,
Checkin’ me out,
makin’ me glorious”

Correva l’anno 1999

Andreas Johnson – Glorious

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