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#490 – Come superare le fasi della vita e le loro crisi.

Le gocce bollenti mi cadono addosso, in faccia, sul corpo. La calda pietra mi massaggia la schiena, mentre il mio corpo steso si rilassa dopo le sue fatiche. Anche la mente si libera per lasciare spazio a quella sensazione di vuoto, acuita dalla poca vista che il vapore mi concede.

(#487) Arriva un pensiero, veloce. Nelle ultime settimane ho visto con più chiarezza i passaggi della vita e ho capito che solo le persone speciali eviteranno il luogo comune.

La nascita porta con sé la spensieratezza. Così i bambini crescono senza responsabilità fino alla pubertà. Poi la disgrazia. Devono decidere che fare della loro vita e comprendere che il loro organo genitale si è sviluppato e sono costretti dalla natura a usarlo. Iniziano le responsabilità. Essere dotati di un organo sessuale funzionante è una grande responsabilità, a pensarci bene.

Dopo qualche anno di adattamento, più o meno doloroso, è di nuovo tempo di crisi. Le superiori finiscono e diventiamo un numero. Una matricola all’università per i più fortunati e un codice sul meccanografico sulle buste paga per gli altri. L’attenzione dei genitori, dei professori, della comunità svanisce e si concentra su qualcuno di più piccolo. 

È il tempo dei sogni. La vita si apre davanti a noi e pensiamo di poter fare qualunque cosa. Chi lavora potrà finalmente permettersi la libertà di non obbedire più ai propri genitori. L’indipendenza è garantita dallo stipendio, il sesso diventa facile, seguito dall’emancipazione e dalla libertà; il sogno sembra a portata di mano. L’università regala sogni ancora più grandi, ma il temporaneo contrappasso è la dipendenza.

(#417) Gli anni passano e passano e a trent’anni i sogni si sono ristretti. Ci si scontra con la difficoltà di inventarsi uno scopo non convenzionale. E allora il finale è scritto. Il fine biologico dominerà la scena. Famiglia e figli riempiranno la vita per i quindici anni successivi che, abbinati a un lavoro intenso e routinario, non lasceranno spazio nemmeno all’elaborazione del lutto del sogno infranto.

Quando, dopo anni, si rialza la testa, magari a seguito di un divorzio, o semplicemente perché si trova il tempo di tirare una riga alla vita e guardare il risultato, si va di nuovo in crisi. Crisi di mezza età la chiamano. Serve un nuovo scopo. Molti non lo trovano e si trascineranno alla morte rimpiangendo la gioventù che fu, altri ci proveranno, cercando un nuovo partner. Il fine biologico resta porto sicuro per le barchette nel mare.

Passa ancora del tempo. Dopo aver perduto i sogni, infranti, la famiglia, perché nella migliore delle ipotesi i ragazzi si sono fatti grandi, si perde anche il lavoro. La pensione porta con sé una nuova e temibile crisi. Con il fine biologico che si affievolisce, così come il desiderio sessuale soprattutto per le donne, viene a mancare anche il fine istituzionale: il lavoro.

Il vuoto si fa largo nelle persone, che se non dispongono di mezzi economici rilevanti si ritrovano chiuse in casa a guardare la televisione, in molti casi da sole. È ancora il fine biologico che viene di nuovo in soccorso. I figli hanno bisogno di aiuto nella cura dei nipotini. Torna la speranza e con lei gli impegni.

Si tira avanti fino a che i nipotini diventano adolescenti e poi altra crisi. La vecchiaia è incipiente, non resta molto. Gli amici cominciano a morire, i figli sono ancora presi dai loro impegni, i nipotini troppo grandi per considerare ancora i nonni. La solitudine comanda. I più fortunati, che stanno bene, godono nel fare le cose minime che garantiscono loro l’indipendenza, prima di perderla del tutto e tornare al principio.

Poi la vita finisce.

Ora conosci il motivo per cui sulla tua strada troverai solo rottami, qualunque sia la tua età. Si tratta delle persone che non sono riuscite a superare una crisi e sono scivolate giù, nel ponte più basso della nave.

Mi domando se riuscirò a evitarlo, con le sue galere, le sue infiltrazioni, le sue malattie e la gentaglia che lo frequenta. 

Come superare una crisi?

M’interrogo. Il problema è duplice. Da un lato c’è il problema del fine. Quando muore va reinventato. Prima lo si fa e maggiori sono le percentuali di riuscita nel crearlo. Seguire i fini convenzionali è la strada più comoda, ma rischia di non essere sufficiente. Inventarne di nuovi e intelligenti non è da tutti.

Ma resta l’altra metà del problema. Se inventarsi un fine risponde a cosa, per raggiungerlo serve un come. Perché peggio di non avere un sogno, c’è un sogno infranto. Un rapporto sessuale, per quanto non intuitivo, non naturale, una volta spiegato diventa molto semplice. A prova di demente. Per questo molti scelgono lo scopo biologico, perché sanno come raggiungerlo e, salvo rarissimi casi, ci riescono. Per raggiungere gli altri fini non sono attrezzati.

Pensandoci bene è tutt’altro che semplice questo gioco e sono pochi quelli che riescono a scansare i rottami e proseguire, con successo, sulla loro strada.

Alla fine, di fronte a ogni crisi bisogna interrogarsi sui propri fini e chiedersi should I stay or should I go now.

“Should I stay or should I go now? 
Should I stay or should I go now? 
If I go there will be trouble,
and if I stay it will be double.”

Sicuramente io devo andare, prima che il vapore mi sciolga definitivamente. Mentre mi alzo dalla mia pietra mi tormenta il dubbio; riuscirò a scansare i rottami prima di diventarlo a mia volta?

Così m’immagino che fuori dalla porta suoni questo classico monumentale, preso direttamente dalla collezione di vinili di mia zia e da Stranger Things di cui attendiamo il finale.

Correva l’anno 1982

The Clash – Should I stay or should I go

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