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#503 – La coercizione etica e l’illusione della definizione di giustizia.

Esiste un concetto di giustizia oggettivo?

De definizione iustitiae.

Oggi è mercoledì e mercoledì vuol dire cena coi bro.

Ecco il menu di oggi:

Antipasti: misti con salumi di Varzi.
Primo: risotto al Polipo, con capperi olive, patate e pesto.
Secondo: brasato e purè.
Dolce: panettone con crema al mascarpone

Nota di merito a un bianco del Collio con cui abbiamo accompagnato il risotto.

Questa volta il cibo è stato solo la cornice di una lunga discussione, che ha toccato i due temi caldi del momento: il proscioglimento della Ferragni dalle accuse di truffa aggravata relative al pandoro-gate e gli strascichi del disastro di capodanno a Crans Montana.

Per quanto si tratti di due episodi distanti tra loro da tanti punti di vista, ce n’è uno fondamentale che li accomuna, la giustizia.

E allora, mentre sono seduto nel salottino, satollo e con il mio fedele greatest hits degli Eagles che risuona, mi domando:

Cos’è la giustizia?

“Il giusto, nelle distribuzioni, è ciò che è secondo proporzione: non semplicemente l’eguale agli uguali, ma anche il diseguale ai diseguali, secondo una proporzione. Per questo la giustizia è un mezzo: poiché l’uguale è il mezzo tra il troppo e il troppo poco.” (Aristotele)

“Esiste una vera legge: la retta ragione conforme alla natura.” (Cicerone)

“Il fine della legge non è abolire o limitare, ma preservare e accrescere la libertà.” (Locke)

“La volontà generale è sempre retta.” (Rousseau)

“Il diritto è l’insieme delle condizioni per cui l’arbitrio di uno può coesistere con quello di un altro secondo una legge universale. (Kant)

Le definizione di giustizia fornita dai principali filosofi, qui ne cito solo alcuni ma la stragrande maggioranza sono tutte di questo tenore, hanno un vizio sostanziale che le rende inutili; sono vincolate a concetti astratti: natura, libertà, volontà generale, legge universale. Nessuno di questi esiste e può essere misurato o visto univocamente, è sempre necessaria un’interpretazione, che si trasforma inesorabilmente nell’espressione della volontà di chi interpreta, o di chi controlla l’interprete.

I più intelligenti tra i filosofi, come Aristotele, hanno relativizzato il concetto di giustizia alla situazione contingente, ma nel momento in cui iniziano a fornire precetti generalmente ricadono nell’errore precedente.

Volendo rispondere alla domanda dal punto di vista astratto e romantico direi che non si sa. È una delle cose che mi ha sempre affascinato del concetto di giustizia: che non esiste.

A questo si aggiunge il fatto che i moderni stati basati su una democrazia costituzionale non possono definirla nemmeno dal punto di vista operativo e quindi rimane un concetto che ogni cittadino può immaginare come desidera.

Ma le cose stanno così veramente?

(#361, #384, #484) Non esattamente, perché se la giustizia in senso astratto non esiste, sappiamo invece che i vuoti d’etica sono solo temporanei e brevi. Ma se esiste un’etica vigente, esiste anche il suo braccio sinistro, la coercizione, e allora diventa evidente che la giustizia non è altro che il metodo di controllo del sistema coercitivo: i nervi che controllano il braccio.

Ogni persona è così simbolicamente libera di esprimere la sua opinione, d’immaginare la sua giustizia senza comprendere che questo è solo un artificio manipolatorio per evitare che si renda conto che la giustizia non esiste, ma che esiste soltanto un sistema coercitivo finalizzato a vedere applicata con certezza la volontà dell’etica vigente.

Un problema sentitissimo in una storia dell’umanità costellata di tiranni e per questo degno di approfondimento.

La mia metafisica dell’etica descrive come la morale non sia che l’esito di un articolato conflitto interno alla persona.

Ma cosa dire dei meccanismi decisionali dell’Etica?

Durante il diciottesimo secolo si è cercato di trovare un sistema di governo che evitasse il più possibile la sovrapposizione tra l’etica e la morale, che avviene nel caso in cui a governare sia un uomo solo.

“Perché non si possa abusare del potere, occorre che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere.” (Montesquieu)

L’intuizione di Montesquieu fu di provare a applicare un meccanismo regolatore all’etica che fosse basato sugli stessi presupposti di quello proprio della morale; così decise di riprodurre il conflitto tra Super Io, ES e IO dividendo il potere in tre: quello giudiziario, quello esecutivo e quello legislativo.

Questi vengono poi messi in attrito per evitare che una possa liberamente imporre la propria etica.

Esiste però una profonda differenza tra i due modelli e riguarda il potere decisionale.

In quello della morale l’ultima parola rimane a IO, che può disporre a pieno del suo potere decisionale universale.

In quello dell’etica questo non è possibile perché riporterebbe a una tirannide (o similari) e quindi ci si trova in una situazione incresciosa in cui l’attrito ostacola il processo decisionale, che diventa complesso e in cui i meccanismi di controllo possono solo crescere.

Questa configurazione teoricamente riduce la possibilità di una tirannide ma genera un enorme mostro.

“Vidra” vive sottoterra, il suo corpo è enorme, sferico, complessisimo, un agglomerato d’incontabili parti, che ricordano i corridoi e le stanze di un kafkiano palazzo del potere. Da esso spuntano come arti miliardi di liane, che posseggono una forza sovrumana e che crescono a dismisura in lunghezza e larghezza, tanto da arrivare a fuoriuscire dal terreno.

Sono proprio le sue liane l’arma letale. All’inizio (fondazione dello Stato) rialzano leggermente il terreno sotto i piedi dei cittadini, creando solo qualche fastidio al cammino. Man mano che Vidra cresce e diventa più forte e potente, i suoi arti fuoriescono sempre di più dal terreno, creando ostacoli sempre più difficili da evitare, per arrivare ad attorcigliarsi alle braccia e alle gambe dei cittadini, impedendo loro ogni movimento e privandoli della libertà (allo stesso modo del tiranno).

Abbiamo creato un pendolo con due estremi, da un lato il tiranno nei suoi pieni poteri, dall’altro Vidra, adulto e potentissimo. Quando i tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) configgono al massimo abbiamo Vidra che domina, al contrario quando si accordano su tutto è il tiranno che domina

L’idea geniale del modello inventato da Montesquieu è che è alimentato dal conflitto, un’energia potenziale che diventa il suo limite perché non permette mai al pendolo di essere nella situazione di equilibrio, se non nei brevi momenti in cui passa per esso. By design uno dei poteri vuole prendere il sopravvento, sia tramite la guerra, sia tramite accordi, mentre la situazione di equilibrio richiederebbe l’accordo nelle situazioni virtuose e il conflitto in quelle in cui una parte tiene un comportamento opportunistico, non il contrario.

Montesquieu ha involontariamente creato Vidra, che al culmine della sua potenza ingabbia i suoi cittadini come il Mindflayer con Will. Ma se Vidra, spinto dalla volontà di diventare sempre più grande, pecca di ingordigia e rompe il velo di ipocrisia che nasconde la costrizione, vera giustizia che l’etica non può definire, il sistema collassa.

Perché è l’illusione della libertà che permette di rendere l’uomo suddito, una volta svanita giungerà Joyce, che taglierà le liane salvando suo figlio per arrivare, infine, a tagliare la testa di Vecna.

Come previsto da Polibio, Joyce non è altro che il nuovo tiranno, che affermerà la propria etica in cambio della liberazione del popolo da Vidra. Ma col tempo il pendolo oscillerà, la libertà sarà privata dal tiranno e Vidra accorrerà a restituirla, almeno temporaneamente.

Bisogna tenere presente, inoltre, che ci sono moltitudini di etiche vigenti al mondo: la scuola, i genitori e i vigili urbani solo per citarne alcuni. Quando si frammenta il potere dell’etica vigente in tre parti la si indebolisce, esponendola all’attacco delle altre; sia sotto la forma della guerra con altri stati sovrani, sia in quella delle rivolte popolari capeggiate da altre etiche.

(#474, #481) Solo il tempo e un sistema di misurazione che prescinda dall’etica, ci potranno dire se questo sistema inventato da Montesquieu porta veramente un vantaggio rispetto ai precedenti, ma ci vorranno parecchi secoli.

Descritto il sistema possiamo riportarlo alla realtà e interpretare meglio cosa sta succedendo, a cominciare dalla frase che apre i maggiori quotidiani di oggi: “le vittime chiedono giustizia”.

Nel caso specifico lo fa il Codacons per i suoi consumatori traditi, come lo fanno i genitori per i loro figli morti a Crans Montana. Ma quando i tribunali non infliggono le punizioni da loro richieste invocano l’ingiustizia, poco importa se queste sarebbero state realistiche solo nell’immaginaria definizione di giustizia di coloro che la chiedono.

Oggi la Ferragni è stata prosciolta, non assolta, quindi il processo si chiude senza condanna e temo (per i genitori delle vittime) che anche il futuro processo di Crans Montana non avrà un esito tanto diverso. Considerata la situazione, senza clamorosi colpi di scena, sarà estremamente complesso per le autorità svizzere cercare di ottenere una qualsiasi condanna penale nel merito dell’incendio.

Infine mi domando, tornando all’iniziale concetto di giustizia, se le persone invochino la giustizia obnubilati da idee astratte o perfettamente consapevoli del fatto che stanno cercando una vendetta: una vendetta cieca guidata da ES. In questo caso il dolore di una madre che ha appena perso un figlio e che deve potersela prendere con qualcuno; perché accettare l’ineluttabilità del fato sarebbe il colpo di grazia per una donna che comunque difficilmente si rialzerà.

Ma se vogliamo davvero comprendere i fenomeni che ci circondano dobbiamo allontanarci dall’idealizzazione romantica del concetto di giustizia e accettare il concetto di coercizione.

Dobbiamo chiederci se ci conviene vivere nel caos delle mille morali, succubi del nostro ES e di quello degli altri, come spesso in passato è successo; in quel caso saremmo in balia di vendetta, odio, invidia, gelosia, calcolato interesse e altro.

Oppure di scegliere l’ordine e di assoggettarci a un’etica vigente e alla sua “giustizia”. In questo caso dobbiamo elevare una tra i miliardi di morali esistenti ad etica vigente e accettare che la giustizia diventi il suo strumento per far rispettare in maniera coercitiva il suo volere, che sia essa unica o la sommatoria delle etiche vigenti dominanti, come i poteri citati sopra.

“Il tiranno ha solo due occhi, due mani, un corpo, e non ha nulla di più del più umile uomo del grande e infinito numero delle nostre città, se non il vantaggio che noi gli concediamo per distruggerci. ” (Étienne De la Boétie)

Nella storia abbiamo quasi sempre scelto l’ordine, come spiega De la Boétie, ma è realmente il male minore? Rispetto a quali parametri?

Smetto di scrivere, la mia attenzione è di nuovo attirata dal disco che sta girando, c’è silenzio; è un disco che conosco a memoria e anche senza pensare ai titoli so che note suoneranno ora. Sono quelle di un classico senza tempo che viene dalla collezione di vinili di mia zia, perfetto, perché non solo sta suonando adesso, ma contiene anche un verso leggendario che rappresenta quanto ho scritto finora:

“You can check out any time you like, but you can never leave.”

Correva l’anno 1977

Eagles – Hotel California

  1. C’è una tentazione ricorrente, quasi rassicurante nella sua durezza, quando si osserva il funzionamento reale degli ordinamenti politici e giudiziari. Pensare che la giustizia sia solo una messinscena, un racconto ben costruito, un velo narrativo steso sopra un apparato coercitivo che serve in ultima istanza a imporre l’etica del momento. È una lettura elegante nella sua crudeltà, perché spiega senza residui la frustrazione delle vittime, la lentezza dei tribunali, l’espansione dei dispositivi di controllo, la sensazione persistente che ciò che viene dichiarato legale tradisca ciò che viene vissuto come giusto. Proprio perché questa lettura funziona così bene, però, rischia di mentire.

    Il primo errore nasce quando si trattano i concetti astratti come se fossero gusci vuoti, semplici parole decorative, e non come strumenti imperfetti con cui gli esseri umani provano a orientarsi nel mondo sociale. Eppure la vita sociale umana è costruita quasi interamente su entità che non si lasciano osservare direttamente: valore, responsabilità, colpa, promessa, identità. Nessuna di queste è un oggetto, e senza di esse non esisterebbero cooperazione complessa, politica, diritto. Paul Ricoeur lo afferma con chiarezza in Le Juste (1995): la giustizia non è una cosa, e nemmeno un principio che si possa possedere; è una pratica fragile, che funziona solo finché accetta di esporsi al fallimento senza smettere di pretendere qualcosa da sé. Fragile non significa illusoria, significa esigente.

    La giustizia appartiene a questa stessa famiglia di realtà imperfette. Non chiede di essere definita una volta per tutte, ma di essere continuamente discussa, contestata, reinterpretata. Non vive di consenso stabile, ma di dissenso regolato. Quando smette di essere controversa, smette di essere giustizia e diventa amministrazione morale. In questo senso, l’idea che la giustizia sia semplicemente il sistema nervoso della coercizione rovescia il problema invece di chiarirlo. La coercizione pura è rapida, spesso efficiente, quasi sempre brutale — e soprattutto non ha bisogno di spiegarsi. La giustizia, al contrario, è lenta per struttura, introduce ostacoli, procedure, incertezze, prove, contraddittorio, gradi di giudizio, prescrizioni. Tutto ciò che rende più difficile l’azione del potere, non più facile. Se lo scopo fosse applicare con la massima efficacia un’etica dominante, questi meccanismi sarebbero irrazionali.

    Hannah Arendt osserva in On Violence (1970) che il potere che non incontra resistenza si trasforma in violenza. La giustizia esiste precisamente per produrre quella resistenza dall’interno. Anche Montesquieu, letto senza cinismo, cambia volto. In De l’esprit des lois (1748), la separazione dei poteri non è pensata come un motore di crescita, ma come un sistema di attrito, un dispositivo che dissipa energia politica invece di concentrarla. Decisioni rinviate, compromessi deboli, soluzioni insoddisfacenti: tutto ciò che esaspera i cittadini è anche ciò che rende il potere meno immediato, meno assoluto, meno irreversibile. Il vero pericolo non è l’attrito permanente, ma la sua sospensione sistematica: la sospensione dell’attrito attraverso l’emergenza permanente, l’eccezione che diventa regola, l’accordo silenzioso — e raramente dichiarato — tra poteri che dovrebbero controllarsi a vicenda. Quando il conflitto viene neutralizzato, il sistema accelera, ed è allora che diventa tirannico.

    Ciò che oggi appare come un ingabbiamento progressivo dei cittadini può essere letto in modo meno lineare. Le liane che rallentano il movimento non sono solo catene, ma anche tutele, diritti, possibilità di ricorso. Rendono il sistema kafkiano, certo, ma Kafka, ne Il castello (1926), non descrive il massimo della violenza, descrive il massimo della distanza. Il potere non schiaccia con la forza, logora con l’opacità, ed è proprio questa opacità a ridurre la violenza diretta del potere. Il tiranno è veloce, coerente, risolutivo — e proprio per questo pericolosamente convincente, soprattutto quando il disordine viene scambiato per libertà. La giustizia, invece, esita, si contraddice, sbaglia. Albert Camus osserva, senza alcuna indulgenza, che la giustizia assoluta è sempre la giustizia dei carnefici — non perché manchi di principi, ma perché ne ha troppi e li applica senza resto.

    Quando le vittime chiedono giustizia, inoltre, non stanno sempre chiedendo punizione. Spesso chiedono riconoscimento, che ciò che è accaduto venga detto pubblicamente come non neutro, non normale, non accettabile. Come suggerisce Walter Benjamin, ogni documento di civiltà porta con sé anche una quota di barbarie, e fingere che questa ambivalenza non esista è uno dei modi più rapidi per riprodurla. La frattura non nasce solo dall’assenza di condanne, ma dallo scarto tra aspettativa morale e risposta istituzionale. Questo scarto non dimostra che la giustizia non esiste, dimostra che non coincide mai pienamente con la morale di chi soffre. Ed è proprio questa mancata coincidenza a impedirle di trasformarsi in vendetta legalizzata.

    La funzione più profonda della giustizia non è realizzare il bene, ma sospendere la guerra delle morali. Non elimina il conflitto, lo congela. Non promette verità ultime, promette tempo. È uno spazio grigio, instabile, privo di fondamenti metafisici solidi, ma proprio per questo abitabile da una pluralità di soggetti senza che uno solo possa imporsi definitivamente. L’alternativa tra caos delle mille morali e ordine dell’etica vigente è una falsa dicotomia. La storia non procede per scelte nette, ma per oscillazioni. Anche il tiranno non elimina il caos, lo privatizza. Anche il sistema più complesso non elimina la libertà, la diluisce.

    La vera domanda non è se l’ordine sia il male minore, ma quanta ingiustizia strutturale siamo disposti a tollerare per ridurre l’ingiustizia arbitraria, e chi abbia il potere di dire quando un sistema ha smesso di proteggere ed è rimasto solo a conservarsi. Paradossalmente, è proprio qui che la giustizia mostra di esistere davvero, non come risposta, ma come problema permanente. Non come soluzione, ma come ferita che resta aperta abbastanza a lungo da impedire che qualcuno la chiuda con la forza. Forse è l’unica forma di esistenza che possa permettersi senza tradirsi.

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