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#510 – Sulla rinascita e sulla forza che ci spinge a rialzarci.

Perché i GenZ faticano a rialzarsi più delle generazioni precedenti?

“Le macerie non sono la fine, ma l’inizio di una nuova architettura. Questa settimana ci addentriamo nel cuore del cambiamento. Esploriamo quella forza invisibile che ci spinge a rialzarci quando un amore si è spento nell’ombra, quando un’amicizia storica si è frantumata o quando ci troviamo a navigare nelle acque incerte di nuovi rapporti, fragili e instabili. Parliamo della fatica di sentirsi “fuori posto” e della difficoltà di ambientarsi in una realtà che non ci somiglia più. Ma, sopra ogni cosa, celebriamo la rinascita: l’istante in cui smettiamo di essere cenere e torniamo a essere fuoco.”

Questo è lo spunto della settimana che viene da un forum di scrittura.

Visto l’alto rischio, legato al tema, di trasformare questo scritto in un intervento a una riunione degli alcolisti anonimi, dove ognuno compete involontariamente per vincere il premio alla sofferenza (o alla sfortuna) più grande, preferisco restringere il campo e iniziare col definire cosa s’intende per rinascita.

Si tratta di una parola derivata dal verbo deponente latino rĕnascor, che indica il tornare a vivere, il riprendere vigore e il rifiorire; i latini lo usavano anche riferendosi a una ripresa delle attività belliche.

“L’erba rinasce dove fu calpesta.” (G. Pascoli)

Nominando la “rinascita”, parliamo dell’atto di rinascere e non dell’idea di rinascita. C’è una profonda differenza. La rinascita dell’erba è una storia di grande successo, che non si scrive d’inverno quando l’erba è ricca di buoni propositi di farlo ma quando, in primavera, l’occhio può finalmente godere del suo prato verde.

Se per parlare di rinascita bisogna avere una storia di successo, non dobbiamo fare l’errore di confonderlo col successo delle motivazioni che l’hanno generata. Perché una motivazione di successo non può garantire né il successo, né la rinascita.

(#507) Certo però è che le storie di successo richiedono un grande sacrificio, che a sua volta richiede una grande motivazione, spesso ideale. Sto parlando della “forza che ci spinge a rialzarci”, che poi ci deve guidare fino al risultato finale. Non basta che l’erba spunti, serve che cresca, solo allora sarà rinata.

Queste sono distinzioni importanti, perché non faccio altro che leggere storie tragiche di persone che terminano il proprio racconto sentenziando il successo di essere riusciti a non soccombere agli eventi.

Per questo volevo portare un esempio dalla mia esperienza di sportivo. Durante una partita ci sono sempre dei momenti di difficoltà. Spesso gli allenatori ricorrono a metodi non ortodossi, e molto aggressivi, per migliorare le prestazioni dei propri giocatori. L’obiettivo è semplice, quando questi ultimi non riescono a reagire autonomamente alla difficoltà, è necessario che qualcuno li stimoli, li provochi e ricorra a qualunque metodo per ottenere una reazione.

Giocatori validi, anche più forti di me, si sono fermati avendo di fronte una potenziale carriera di successo perché non hanno retto la pressione. Sono stati vittime di ripetuti atteggiamenti aggressivi, anche violenti, a volte anche fisicamente, senza reagire e poi hanno mollato. Come l’erba erano pieni di buoni propositi, ma non sono riusciti a sopravvivere alle asprezze dell’inverno e a rinascere.

Quest’affermazione, però, apre lo spazio per una domanda legittima. Forse loro non ce l’hanno fatta perché, al contrario di te, sono stati aggrediti?

Sarebbe bello se fosse vero, riempirebbe le persone della speranza di vincere alla lotteria (di non essere aggrediti) e permetterebbe agli altri di addebitare il proprio fallimento alla sfortuna di esserlo stati; ma non è così, purtroppo l’inverno picchia tutti allo stesso modo. La rinascita dipende soltanto dalla forza di ogni filo d’erba, di ognuno di noi.

Terminare una partita perdendo tre set a zero non è una storia di rinascita. Come non lo è ritrovare il sorriso e il proprio equilibrio interiore, dopo aver pianto due giorni per la delusione della sconfitta. Lo diventa invece se, sulle macerie di due set persi, la tua grande reazione, abbinata a una strategia intelligente, ti portano a vincere i tre set successivi e l’intera partita.

Arrivati a questo punto è bene sottolineare, prima di affrontare la prossima sezione, che la difficoltà è sempre momentanea; ricordati che dopo l’inverno c’è sempre la primavera.

Cosa divide quindi le macerie dal successo (rinascita)?

Un sacco di cose, ma se dovessi elencare quelle che ritengo più importanti partirei dall’autocommiserazione.

(#483) Le persone di successo stanno alla larga da chi si autocommisera. Ognuno di noi ha avuto le sue sfortune e le sue sofferenze, e se non le ha ancora avute prima o poi arriveranno anche per lui, Epitteto docet. Così diventa difficile anche trovare un semplice fidanzato se continuiamo a rivangare il nostro passato difficile, specialmente se lo facciamo con i nostri uscenti.

(#349) Non di meno, se non superiamo il nostro passato diventa difficile rinascere, perché non solo condiziona quello che diciamo, ma condiziona anche chi siamo e cosa facciamo. La negatività porta solo altra negatività, e veniamo evitati.

Proseguirei con la capacità di reazione. Di fronte a una difficoltà, alla pressione, all’aggressione verbale o fisica deve seguire una reazione positiva. Se il giocatore non reagisce, o smette di giocare, non avrà mai successo. La permalosità, la suscettibilità, l’arroganza, la presunzione, la fragilità, la debolezza portano a reazioni negative aggiungendo nuove macerie a quelle esistenti.

(#239) Questo era chiaro già duecento anni fa quando Nietzsche introdusse il concetto di superuomo: “L’uomo è qualcosa che deve essere superato.” L’apologia della debolezza che pervade i nostri tempi genera solo perdenti infelici. La forza che ci spinge a rialzarci va trovata dentro di noi, non c’è dubbio, ma la motivazione e gli ideali vanno ricercati anche nella società, che oggi ne è totalmente priva nel nome del politically correct e della fake authenticity; questo rende il lavoro più difficile.

It’s the eye of the tiger, it’s the thrill of the fight,
risin’ up to the challenge of our rival,
and the last known survivor stalks his prey in the night,
and he’s watching us all with the eye of the tiger”

Ma resta l’ultima cosa, la più importante: dobbiamo accettare le regole del gioco anche se non le abbiamo scelte noi. Il fatto che non ci stiano bene non giustifica la nostra scelta di mollare e di rinchiuderci nella realtà virtuale della nostra cameretta.

Rinasceremo quando saremo in grado di accettare tutto quello che la nostra generazione non vuole accettare e quando saremo disposti a metterci in gioco seguendo le regole del mondo, e non le nostre. Solo la morte o una malattia incurabile dovrebbero poterci fermare nella nostra voglia di rinascita.

Correva l’anno 1982

Survivor – Eye of the tiger

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