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#511 – Sulle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.

Sarà Milano all’altezza di queste Olimpiadi?

È notte inoltrata, la temperatura è mite per il periodo, anche se il cielo ci regala le stelle con parsimonia. Come tante volte sto camminando lungo via Dante, imboccata dalla parte della statua minacciosa del nostro più iconico eroe nazionale. È la via di casa più breve dall’Arco della Pace. Vi domanderete cosa ci faccio qui e me lo domando anch’io, però prima di dare la risposta, che i più perspicaci di voi avranno già intuito, bisogna fare un salto indietro di ventiquattro ore.

È la sera di giovedì. Sono a casa e sto meditando se andare in palestra prima di uscire a bere qualcosa. I bro mi ricordano che stasera i tedofori passeranno per il centro, così prima di cena, nell’attesa, decido di scendere e godermi questo passaggio. Sono le sei e mezza.

La mia scelta ricade sul punto di passaggio più vicino, il corso. Dopo una breve perlustrazione decido di prendere una posizione frontale, proprio all’inizio; i tedofori non entreranno in piazza del Duomo direttamente, faranno prima una deviazione in via San Paolo, effettuando una curva a destra di novanta gradi, per poi rientrare in piazza dal fianco sinistro attraversando la galleria.

Un vigile gentile mi spiega che la fiamma è in ritardo, forse di una ventina di minuti; decido di chiamare mia mamma che è un po’ che non la sento. Passano i minuti ma nulla si muove. Mi metto in chiamata con XXX che sta guardando l’evento su TikTok. Diventa subito chiaro che il ritardo, tra rallentamenti per vanità dei tedofori e per proteste dei soliti facinorosi, è nell’ordine delle ore.

Quando inizia a piovere decido di risalire. Percorro a ritroso la via di casa sotto una pioggerella fine, un elicottero sorvola la zona da ore. Mi connetto alla diretta e nel frattempo preparo la borsa della palestra. Quando vedo che il tedoforo arriva in zona, torno al mio punto di osservazione. I negozianti, che sono stati obbligati a chiudere, sono scocciati per il mancato guadagno, come le persone in attesa che non possono nemmeno bere il caffè o comprare una bottiglietta d’acqua.

Il tedoforo è high-tech. Indossa una tuta tecnologicamente avanzata: leggera, calda, resistente. Il bianco domina lasciando spazio agli inserti che variano dall’arancione al viola unendo le spalle e scendendo fino ai gomiti; i guanti, le scarpe e il cappellino a corredo sono bianchi.

Anche la torcia che genera la fiamma olimpica è high-tech. L’alluminio, combinato con gli altri materiali d’avanguardia che la compongono, le dona un colore indefinibile che cambia al variare della luce. La forma è sinuosa e, fatte le debite distinzioni, mi ricorda le marmitte di alcune grandi e lussuose supercar.

Il passaggio è relativamente rapido. Visto il tempo decido di non seguire la festa in piazza del Duomo, ripiego sulla palestra e ripiego anche su una serata tranquilla dopo l’allenamento. La pioggia, seppur leggera, imperversa, minando la mia voglia di muovermi.

Dopo il maltempo della notte, questa mattina ci siamo svegliati con il sole e un cielo finalmente sgombero da ogni nube. La temperatura è un toccasana per il periodo e, considerato il mio pessimo umore, penso che possa aiutarmi, così dopo pranzo decido di uscire.

Metto in tasca il mio libro, sempre il solito Carr, e lascio a casa la giacca. L’elicottero continua a inseguirmi mentre percorro la via che costeggia la statale completamente deserta. Il traffico è bloccato, tram e bus inclusi. Prendo la via della darsena a piedi, adoro sedermi a leggere con le gambe a penzoloni sull’acqua; ho sentito che i tedofori passeranno di lì verso le tre, ma ormai ho imparato che l’orario è relativo.

Attraverso il Corso di Porta Romana e prendo una vietta laterale che mi porta su corso Italia, che seguo per qualche decina di metri, per poi girare a destra e imboccare un’altra vietta laterale che sbuca nei pressi della nuova fermata della metropolitana di fronte ai giardini di piazza Vetra. Attraverso il parco dove anziane signore con i loro barboncini si alternano a ragazzi che vanno e vengono dal campo da basket. Una volta arrivato all’altra estremità percorro i pochi metri che mi dividono da piazza Sant’Eustorgio, per poi finire in piazza Ventiquattro Maggio ed entrare finalmente in Darsena.

Incontro molta gente, non del posto, tanti stranieri e molte persone accorse per l’occasione. Prendo la strada alta che porta ai navigli, voglio dare uno sguardo d’insieme. Una volta in cima mi si apre uno spettacolo inusuale, una flotta d’imbarcazioni composta principalmente da canoe si sta disponendo, non avevo inteso che il tedoforo sarebbe passato in barca.

Proseguo fino ad incontrare la scaletta che mi fa scendere al livello della darsena e, una volta sull’argine decido di fare tutto il giro e tornare verso il mercato. Per farlo devo attraversare il ponte nuovo stracolmo di gente, che vuole sfruttare il punto di osservazione leggermente rialzato per scattare foto e girare qualche video.

Una volta all’altra parte scelgo una posizione che mi permetta di avere la visuale completa, rimanendo sempre nella parte al sole, anche nelle successive ore invernali in cui calerà rapidamente. Conosco il posto.

Levo le scarpe e la felpa, le mie gambe sono lunghe e sfiorano l’acqua, di fianco a me trovano spazio le canoe di una famosa associazione milanese. Le barche sono divise in tre file. Due laterali vicine agli argini e una centrale a dividere il percorso in due corridoi. L’atmosfera è di attesa rilassata e il tempo scorre lento come in un pomeriggio estivo. Si susseguono movimenti di barche, finché uno in particolare non attira la mia attenzione, una più grande e strutturata giunge dal naviglio grande e passa nel corridoio proprio di fronte a me. Un tedoforo è a bordo ma non ha la fiamma, prosegue fino all’estremità più lontana e si posiziona sotto il ponte, mentre sei camionette dei carabinieri posteggiano lungo la rampa di accesso sul lato a sud-ovest. Suppongo che il cambio di tedoforo avverrà sulla barca.

Mentre leggo, le storie delle persone vicino a me si susseguono, storie semplici che vanno dalle gare di canoisti del fine settimana, all’organizzazione delle cene del fine settimana delle signore vicine. Dietro di me è seduta una classe di bambini di quarta elementare in gita.

Arriva il momento tanto atteso del passaggio. Il tedoforo è seduto in prima posizione su una canoa a due posti, dietro di lui rema un ragazzo di sedici anni. La parata è suggestiva, più per il contorno che per il tedoforo stesso. Il ragazzo punta deciso sulla barca del cambio, dove tra applausi e saluti marinareschi attracca in pochi minuti. Dopo il cambio la canoa riparte e il ragazzo la porta nel corridoio opposto, per sfilare tra le barche contro l’argine di fronte a me.

Una volta presa la via del naviglio grande, tutte le imbarcazioni nella darsena, più di un centinaio, la seguono creando un corteo instagrammabile. Spettacolo di livello.

Lascio defluire la folla e riprendo la via di casa a ritroso, esattamente come l’avevo percorsa all’andata; la temperatura sta scendendo e mi metto la felpa. Piazza Missori è incantevole, piena di gente ma senza macchine. Il centro è silenzioso ma non in modo spettrale, trasmette un ritmo più lento del solito, più legato alla profonda provincia.

Cammino in mezzo alla strada senza paura di essere investito. Come sarebbero le città senza macchine? Quanti spazi recupereremmo?

Arrivo a casa poco prima di XXX, preoccupatissim* che possano esserci degli attentati. È la sera della cerimonia di apertura, anticipata da un aperitivo fra capi di stato al palazzo reale. Verso le cinque iniziano ad arrivare le auto blu che li trasportano, creando cortei più o meno lunghi. Verso le sei rimaniamo impressionati, tanto da girare un video, del corteo americano, che ci mette due minuti e mezzo a passare, parliamo di un centinaio di mezzi almeno.

Il tempo scorre, ceniamo, e seguiamo la cerimonia, non meno noiosa di tutte le altre cerimonie. Ad allietarla c’è il telecronista che non ne azzecca una, nemmeno la città e il nome dello stadio che ospita le Olimpiadi. Ci facciamo parecchie risate mentre la serata trascorre mite.

Accompagno XXX e decido di allungare un po’ e andare all’Arco della Pace, dove a breve verrà acceso il braciere. Il momento è carino, ma la scelta di avere un braciere così piccolo rispetto all’installazione non mi piace. La scelta di design high-tech minimalista non mi convince, a volte le dimensioni contano.

Scende di nuovo qualche goccia di pioggia, ma questa volta si tratta di un fuoco di paglia. Tomba e la Compagnoni accendono il braciere e la folla scema e io con lei. Attraverso il parco aperto per l’occasione, per poi imboccare via Dante.

Mentre cammino mi domando che Olimpiadi saranno. La narrativa sostiene da mesi un flop annunciato, io ho imparato ad andarci coi piedi di piombo. Sicuramente i lavori non saranno terminati, come sempre accade, ma questo potrebbe non influire minimamente sul successo di questa edizione. L’attesa, come la gente, c’è. La città è gremita da persone che vengono da tutto il mondo, è previsto bel tempo e i mezzi funzionano alla perfezione.

Vedremo se anche questa volta Milano saprà stupirci.

Apro la porta di casa e mi sdraio sul divano, sopra il quale sto scrivendo questa pagina di diario. Ogni tanto mi fermo e mentre guardo lo skyline della città oltre il terrazzo, mi chiedo se sono un privilegiato, fino a quando l’hi-fi non decide di risvegliarmi mettendo una canzone dei Queen, che mi sembra perfetta per lanciare questa avventura olimpica.

Correva l’anno 1977

Queen – We will rock you

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