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#517 – Il compleanno sancisce il passare del tempo. Ne abbiamo fatto buon uso?

Abbiamo speso al meglio il tempo della nostra vita?

“Tu non chiedere, è vietato sapere, quale fine a me, quale a te
gli dei abbiano assegnato, o Leuconoe, e non consultare
la cabala babilonese. Quanto (è) meglio, qualsiasi cosa sarà, accettarla!
Sia che Giove abbia assegnato più inverni, sia che abbia assegnato come ultimo
quello che ora sfianca con le scogliere di pomice che gli si oppongono il mare
Tirreno, sii saggia: filtra il vino e ad una breve scadenza
limita la lunga speranza. Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile,
il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo.” (Quinto Orazio Flacco)

Oggi è il compleanno di XXX.

Il compleanno è sempre un momento molto delicato perché, se da un lato ci permette di essere al centro dell’attenzione e di grandi festeggiamenti, dall’altro sancisce l’inesorabile scorrere del tempo.

Ripensando alla giornata di oggi, semplice, un pranzo insieme, una passeggiata al parco, lo scambio dei regali su una panchina, mi è tornato in mente Orazio, che resta, fra tutti, uno degli intellettuali il cui pensiero condivido maggiormente, e la sua ode più famosa.

E allora mentre XXX scartava i regali e mi chiedevo se li avrebbe apprezzati, m’interrogavo sui precetti della vita. Guardare una persona che scarta i regali racconta tanto del suo modo di vivere, delle sue aspettative, di come le gestisce e di ciò che ritiene importante.

(#29, #319, #325, #493) Così nell’attesa della mezzanotte che metterà fine a questo compleanno, sdraiato sul divano e nell’attesa di finire di preparare una Red Velvet il cui profumo riempie la sala da pranzo, mi ostino a riflettere sul passare del tempo, su cosa si dovrebbe fare per sfruttarlo appieno e su Leuconoe.

(#481) Quello che ho capito la prima volta che l’ho letta, al liceo, era in totale disaccordo col commento della mia antologia dell’epoca. Mi sono sentito stupido. Solo in seguito ho compreso quale fosse il reale scopo delle antologie e mi sono riabilitato.

Se la lettura moderna di quest’ode porta all’epicureismo spinto del godersi tutto subito, forse perché fresco di studi classici, mi era sembrata assai più sofisticata: come un piatto il cui sapore marcato si palesa all’inizio, per poi lasciare spazio al susseguirsi degli altri.

Nel corso dei secoli abbiamo complicato a dismisura tutte le questioni dell’umanità, mentre le cose della vita, invece, sono relativamente semplici: la nascita, la sopravvivenza, il fine, la riproduzione, il passare del tempo, il dolore e la morte.

Rispetto alla quantità di pagine scritte, sono sorprendentemente poche quelle di filosofia “pratica” che aiutano le persone ad affrontare le sfide della vita quotidiana. Negli ultimi duemilacinquecento anni, possiamo contare a buon titolo soltanto tre grandi correnti, al netto delle religioni, che l’hanno fatto: epicureismo, stoicismo e buddismo.

(#462) Orazio non è un filosofo nel senso moderno del termine, ma all’interno della sua opera troviamo precetti pratici comuni ad altre filosofie, ma reinterpretati in funzione della sua linea guida:

“C’è una misura per tutte le cose, ci sono insomma confini precisi al di là dei quali non può esistere il giusto.[…] Chi ama la dorata via di mezzo (auream mediocritatem) vive al sicuro: evita la miseria di una casa fatiscente, ma evita anche il palazzo che suscita invidia.” (Quinto Orazio Flacco)

Che riprende l’aristotelica dottrina del giusto mezzo:

“La virtù è dunque una disposizione che consiste nella scelta, che sta nel mezzo rispetto a noi, determinato dalla ragione e come lo determinerebbe l’uomo prudente.” (Aristotele)

Riguardandola dopo qualche anno, quest’ode diventa quindi una summa di precetti epicurei “carpe diem (cogli il giorno)”, stoici “ut melius, quidquid erit, pati! (quanto è meglio, qualsiasi cosa sarà, accettarla)”, di buon senso “nec Babylonios temptaris numeros (e non consultare la cabala babilonese)”, ed esistenzialisti “quam minimum credula postero (il meno fiduciosa possibile in quello successivo)”, guidati dalla dottrina Aristotelica.

Orazio forse non è del tutto innovativo, perché l’Etica Nicomachea era stata scritta trecento anni prima, ma sicuramente riesce a trasformare in precetti pratici il genio aristotelico, e lo fa con un’eleganza unica.

Ma tornando alla giornata, al compleanno, alla Red Velvet che nel frattempo ho completato, montandola nei vari strati alternati di crema, il mio pensiero ritorna al tempo che scorre: al passato, al presente e al futuro.

M’interrogo sul mio scopo e sui miei precetti di vita, perché questo è l’unico modo per interpretare il tempo che passa. Non sono sicuro di averne fatto buon uso, ma tutto sommato, sono contento di quello che sono.

La giornata termina, XXX dorme da un pezzo, vado a letto tranquillo, una rarità in questo periodo, sarà per il fatto che il compleanno non era il mio, ma il suo, altrimenti sarei molto più triste.

Il compleanno contrappone il peso degli anni al valore delle opere fin lì prodotte, il numero degli anni allo spessore di quello che siamo diventati.

Sulla via della camera, ora che i miei pensieri si sono chiusi nella loro completezza, la mia mente torna libera e mi ricordo che non ho scritto il menù della cena di mercoledì scorso.

Rimedio subito.

Antipasti: misti con frutta secca dall’Iran.
Primo: risotto alla milanese (alla liquirizia).
Secondo: cotoletta alla milanese con l’osso, salsa crispy e patatine fritte.
Dolce: NY cheesecake con salsa al lampone e salsa al caramello all’arancia.

Perché il cibo è sempre un ottimo accompagnamento ad ogni riflessione, insieme alla musica che gli fa da sottofondo. Oggi si tratta di un grande classico direttamente dalla collezione di vinili di mia nonna. Parla del tempo e mi sembra l’accompagnamento perfetto per la riflessione di oggi.

“To everything, turn, turn, turn,
there is a season, turn, turn, turn,
and a time to every purpose under heaven.”

Correva l’anno 1965

Byrds – Turn! Turn! Turn!

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