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#518 – Sul ruolo dell’empatia nelle relazioni umane.

Ha senso essere empatici?

Oggi è mercoledì e mercoledì vuol dire cena coi bro.

Ecco il menu di oggi:

Antipasti: misti con fiori di zucca fritti e laccati.
Primo: elicoidali al ragù di rana pescatrice.
Secondo: tonno in crosta di pistacchi su salsa al basilico con asparagi grigliati.
Dolce: panna cotta alla vaniglia con salsa al caramello all’arancia.

Nota di merito al vino: champagne e un bianco veronese sorprendente.

Siamo seduti a tavola. L’atmosfera è ancora sospesa tra l’inverno e la primavera e qualcuno si è alzato per chiudere una delle finestre, aperta quando il primo caldo sole del pomeriggio scaldava l’ala meridionale in cui si trova la sala da pranzo.

Non siamo in tanti, arriviamo a malapena alla decina. Si succedono le discussioni in maniera rapida, gli argomenti di discussione sono tanti. La guerra in ucraina è stata seppellita da quella in Iran, (#508) il referendum sulla giustizia continua a tenere banco, nonostante tutto e nonostante ci voglia la sfera di cristallo per decidere cosa votare, poi ci sono il caro benzina, le migliaia di posti di lavoro tagliati a causa dell’intelligenza artificiale, per poi proseguire con tutto il resto.

Li osservo mentre discutono, anche con posizioni differenti.

(#480, #296) M’incuriosisce vedere come di fronte a un fatto consolidato ci siano alcuni che mantengono, stupidamente, il loro disaccordo, ma ancora di più mi incuriosisce quando emerge un punto di vista parziale su un aspetto del discorso che non è quello su cui mi concentrerei in quel momento. Lo definirei un punto di vista differente.

È da oggi pomeriggio, quando discutevo con le mie AI, che rifletto. Ho chiesto a una di queste di fare una correzione a un piano che avevo aperto nella schermata e lei, di sua spontanea volontà ne ha modificato un altro. Io non avevo specificato il nome del piano perché era lì aperto, mi sembrava ovvio. Mi sono arrabbiato per il tempo perso.

Mezz’ora dopo la stessa schermata che vedevo si è trasformata, mostrando la lista dei piani costruiti negli ultimi giorni, cinquantatré; non sono riuscito a ritrovare il piano su cui stavo lavorando. In quel momento ho realizzato che l’AI vedeva l’intera cartella dei piani e quindi che quando azzecca quello su cui stiamo lavorando senza che io lo specifichi è semplicemente geniale. Lei non vede le cose come le vedo io.
Allo stesso modo i commensali continuano a vedere le cose dal loro punto di vista. Forse vedono il piano che vedo io o forse ne vedono cinquantatré. Difficile a dirsi, perché nessuno lo dice apertamente.

Così diventa impossibile capirsi, soprattutto perché più la relazione si stringe e più le persone si chiudono. I figli non parlano con i genitori, le mogli coi mariti e poi ci sono i migliori amici o le migliori amiche.

(#446) Tanto più ci si avvicina, tanto meno si vogliono condividere gli aspetti più privati che incidono sulla relazione.

Mi domando se questa sia una cosa utile nelle relazioni. Come posso camminare nelle tue scarpe (come dicono gli anglosassoni) se non mi metti in condizioni di farlo?

Il mondo si divide quindi in persone empatiche, persone insensibili e persone che provano a essere una delle due cose ma non ci riescono.

Le prime si interessano agli altri e fanno di tutto per cercare di capirli, anche se spesso queste si negano, in modo da metterle a loro agio da tutti i punti di vista. Al contrario le persone insensibili semplicemente ignorano.

Tornando alla realtà della discussione, seduto sulla mia poltroncina, da buon flâneur, mi chiedo se ha senso essere empatico con persone che negano l’evidenza. Mi chiedo se abbia senso chiedere loro il motivo per cui dissentono, cercare di capire come mai siano dissociati e provare a farli sentire capiti e importanti.

Probabilmente se fossi a cena con una persona con cui voglio fare sesso lo farei, ma a cena?

E lo stesso discorso vale per l’intelligenza artificiale. Dovrei diventare empatico rispetto all’intelligenza artificiale?

Probabilmente sì, come dovrei esserlo con le persone a me più care, o con quelle con cui voglio fare sesso, ma solo perché questo mi garantisce un grande tornaconto personale.

Probabilmente, stasera, questo tornaconto non c’è, così faccio la scelta più sensata, il silenzio.

“When you’re strange, faces come out of the rain
When you’re strange, no one remembers your name”

Finita la cena ci siamo spostati ad ascoltare musica, qualcuno fumava, qualcuno beveva e qualcuno metteva i dischi. Così mentre gli ultimi se ne andavano alla spicciolata girava un disco che ha una posizione di rilievo nella collezione di vinili di mia zia, un greatest hits dei Doors pieno di classici monumentali. Questa è la canzone che suonava quando sono rimasto da solo, perfetta per chiudere la riflessione di oggi.

Correva l’anno 1967

The Doors – People are strange

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