#555 – Un deca corretto al limoncello (aka la teoria dell’esperienza).
Fisso i miei appunti sparpagliati sul tavolo. I miei scarabocchi visti dall’alto hanno una certa logica e forse un certo ordine, disturbato solo dalla mia fidata Bic nera e da un perfetto plico di fogli bianchi, intonsi, perfetti e pronti a divenire carne da macello.
Perfetti, come le storie che da tre mesi affollano ordinatamente il mio Instagram: tramonti, piscine, ville, sole, mare, montagne e corpi marmorei, sempre e rigorosamente nudi.
Ripensandoci mi domando cosa ci faccia alla scrivania, da ore, a studiare cose che tra qualche tempo saranno inutili (o forse lo sono sempre state), quando potrei essere in uno di quei posti trendy, accompagnato da persone avvenenti.
(#476) L’iridescenza prende il sopravvento, voglio quello che non ho.
Poi l’occhio mi cade improvvisamente sulla prima mensola sopra la scrivania: Svevo, Baudelaire, Epitteto e Dostoevskij mi guardano. Sono i libri che sto leggendo e parlano della vita presentandola in maniera molto diversa da Instagram. A chi devo credere?
Improvvisamente mi sento molto fortunato a essere seduto a un tavolo, sereno, in salute, al fresco dell’aria condizionata e a poter spendere il mio tempo in un’attività senza alcun valore produttivo. Le Maldive ritornano a essere un luogo esotico di scarso interesse.
Scrivo la formula di un’equazione differenziale non lineare. Mi richiederà del tempo, del pensiero e la distruzione della perfezione di un magnifico foglio bianco.
Essere sempre felici di essere vivi o eternamente scontenti di non avere tutto?
Sono questi i due estremi della scala della felicità?
I calcoli mi assorbono, facendomi dimenticare la speculazione (inutile). Il tempo passa, non so quanto. Mi alzo e cambio il disco.
Risolvo l’equazione da solo, consulto ChatGPT, è giusta. Sono contento. Sono contento. Sono contento. Nulla mi soddisfa di più che risolvere un problema.
Realizzo che i miei fogli scarabocchiati mi rendono molto più felice di un perfetto foglio bianco. Di colpo mi sento un novello Lagrange e cambio il punto di vista creando nella mia mente un nuovo sistema di riferimento.
Il confronto con i canoni è solo uno dei punti di vista da cui si può guardare la vita; valutare un’esperienza confrontandola con le altre vissute è un altro.
Ho fatto da tempo la mia scelta, ignoro i canoni, mi concentro sulle esperienze, precludendo solo quelle nocive.
Dopo un’ora sulla spiaggia sono annoiato, devo nuotare, costruire castelli, giocare a beach volley, leggere un libro o qualunque cosa che mi sfidi: che io sia alle Maldive o a Tortoreto Lido non cambia nulla.
Anche nel sesso, entro certi “ampi” livelli estetici, conta molto di più l’esperienza del canone.
Quando non so valutare se un piatto è degno di un ristorante stellato, mi limito ad ascoltarmi, per capire se dentro di me provo quella sensazione di malessere che precede il “non mi piace”. Se succede, e posso farlo, non la ripeto più. Così alzo le asticelle delle esperienze della mia vita (#381). Non serve altro.
Il vinile di Jeff Buckley suona l’Hallelujah, un appunto tra i fogli bianchi.
Fotografo i miei scarabocchi e li faccio postare su Instagram a uno dei bro (non ho mai postato nulla). Riceve tanti cuori e una serie di messaggi di persone che vorrebbero sapere la matematica o semplicemente passare gli esami come lui. FOMO. Ignoro.
Sono genuinamente contento. Mentre vado a festeggiare mi ricordo del signore seduto al tavolo accanto al nostro ieri sera e che a fine pasto, deriso da tutti, ha ordinato un deca corretto al limoncello.
Solo ora realizzo che quello ad aver capito tutto dalla vita è lui.
Correva l’anno 1968
The Beatles – Savoy Truffle