#543 – Non siamo che isole nella corrente.
Sono seduto sul divano di casa. È un divano molto grande, rosso, che permette a due persone di sdraiarsi comodamente, senza toccarsi. Dalla parte contraria alla mia, alcuni posti hanno una chaise longue, per guardare la tele stando comodi.
La tele è altrettanto grande, moderna, con dei bellissimi colori ed è collegata ad una Apple TV. Proprio quest’ultima, negli anni, ha ampliato una funzionalità che adoro. Quando non vengono riprodotti dei film, inserisce un salvaschermo che contiene dei brevi video che mostrano luoghi, anche contenenti animali, in maniera insolita, sempre connessi intrinsecamente alla loro natura geografica, meteorologica o selvaggia.
Mentre si alternano, osservo l’ennesima immagine dell’Oceano Pacifico dallo spazio e ripenso alla mia professoressa di scienze che in quinta superiore ci insegnava a riconoscere i vari tipi di sassi di cui è composta la Terra. Ci parlava dei vulcani, dei terremoti, delle placche tettoniche e di come i continenti e le isole emergano o sprofondino a seconda dei periodi storici.
Ributtando nuovamente lo sguardo alla tele, passa uno dei miei soliti pensieri che non tardo a prendere al volo col retino.
Non siamo che isole nella corrente.
Forse mi sto prendendo una piccola licenza letteraria, ma se l’hanno fatto gli autori di Lost spero di poterlo fare anch’io, senza che nessuno ne sia particolarmente turbato.
Le isole nascono e spariscono, secondo i cicli del mare. Ognuna è caratterizzata dal luogo in cui nasce, a cominciare dalla sua natura intrinseca, ontologica: è fatta di argilla, di basalto, di roccia vulcanica o di un connubio di materiali primitivi.
A seconda della sua conformazione, e del clima dove nasce, sarà ricoperta di una diversa vegetazione.
Isole come l’Islanda mostrano l’eterno contrasto tra il freddo glaciale e il caldo infernale della lava, che cola sui prati spazzati dal vento, modellando il paesaggio ogni giorno diverso.
Poi ci sono isole come il Borneo, ricoperte da una foresta tropicale che nasconde ogni cambiamento, risultando all’osservatore casuale sempre uguale a sé stesse.
Ma il mondo delle isole è piuttosto vario, mi piacciono le Shetland, verdissime, spazzate dal vento e caratterizzate dal fatto che non cresca neanche un albero su di esse.
Infine c’è il mito di Socotra, l’isola unica, dalla fauna aliena, che tutti vorrebbero visitare una volta nella vita.
Ogni isola ha la sua fauna, composta, come vuole l’immaginario dell’Ottocento, da tanti aborigeni colorati. Come per la vegetazione, attecchiranno aborigeni diversi a seconda delle caratteristiche dell’isola. La loro somma non è che la vera natura dell’uomo che rappresenta.
Allora troveremo l’aborigeno del gioco, quello della gola, quello della lussuria, quello operoso, quello della saggezza e così via, insieme creano tutte le sfumature della psiche umana.
(#363) “Soli nasciamo e soli moriremo”
Dopo il grande e terribile evento che porta alla creazione di una nuova isola, questa prende pian piano forma, nascono i primi fili d’erba, poi la vegetazione e infine gli aborigeni, che sono coloro che richiedono il tempo maggiore per svilupparsi pienamente.
Ma l’isola è solo una parte del sistema.
Deve resistere ogni giorno alla forza del mare e delle intemperie. Incredibili temporali, con venti che sposterebbero interi edifici, si alternano a lunghi periodi di siccità, ad eruzioni vulcaniche e potentissime epidemie.
(#483) Da subito è chiaro che le isole sono in balia della corrente che le sposta nel mare, senza che queste possano in alcun modo decidere la direzione.
Succede a volte che nel loro andare alla deriva queste si avvicinino ad altre.
(#363) “la vita è la strada che congiunge questi due eventi. La strada che imbocchiamo quando vediamo la luce e iniziamo a camminare soli. Poi, di tanto in tanto, la strada si avvicinerà a quella di un’altra anima, ne sentiremo il calore, senza che le due strade si tocchino o si fondano.”
Quando questo accade, gli aborigeni dell’una possono fare conoscenza con quelli dell’altra, trasferendosi facilmente con una zattera. Allora possono apprezzare il differente paesaggio, il clima, gli alberi e la varietà dei frutti, ma anche la qualità della fauna locale. Così i saggi di entrambe le isole possono ritirarsi a speculare davanti al fuoco in cima alla rupe, mentre la lussuria fa il suo corso nel buio delle caverne sottostanti.
Ogni isola è a suo modo un gioiello, e se abbiamo la fortuna di vederla da vicino non mancheremo di accorgercene. Non ci dispiacerà sostare, dovunque il mare ci porterà.
(#363) “Per un certo periodo saranno affiancate, forse. Altrimenti si perderanno sul viale dei sogni infranti.”
Ma come la corrente le avvicina, la corrente le porta via.
Certo qualcuno potrà obiettare che la corrente potrebbe muovere entrambe nella stessa direzione, e questo in una certa misura è vero, ma bisogna che siano sempre molto vicine.
Col passare del tempo invece ci si potrebbe stufare dello stesso clima, dello stesso paesaggio e delle stesse discussioni fra aborigeni. Inizierà così quel piccolo distacco, che giorno dopo giorno allontanerà le due isole quel tanto che basta alla corrente per dividerle definitivamente.
Dopo una nuova deriva, più o meno durevole, la nostra incapperà in un’altra, a suo modo un altro gioiello, e se il paesaggio, la vegetazione e la fauna saranno davvero interessanti, le due isole si avvicineranno per farsi trascinare, temporaneamente, insieme.
Alla fine saranno gli aborigeni a decidere, tanto più questi si spostano e interagiscono fra di loro, tanto più le isole rimangono vicine. Quando quelli della noia cominciano a non volersi spostare, quando quelli della lussuria seguono il loro esempio e quando i saggi si addormentano di fianco al fuoco, senza nemmeno i rumori dalle caverne sottostanti, allora la forza della corrente prenderà il sopravvento.
Perché la corrente è il moto proprio della riproduzione della specie.
Un’isola potrebbe essere tentata di pensare che sarebbe bello continuare a farsi trascinare dalla corrente per esplorarne ogni giorno una nuova, e visto che a volte accade, il demiurgo ha elaborato un sistema per evitare gli eccessi.
Il tempo di deriva non è mai noto a priori, allontanarsi da un’isola non garantisce di trovarne un’altra in breve tempo. Alcuni aborigeni diventano insofferenti nell’essere confinati nei propri territori. Sono coloro che, per ultimi, rientrano in caso di allontanamento, lo fanno solo quando la distanza da percorrere con la zattera inizia a preoccuparli.
La maggior parte delle isole sono dello stesso tipo. Così, se viene lasciato il Borneo, il rischio è di trovare un’altra isola simile dove, però, sono svaniti i vantaggi di una lunga conoscenza costruita nel tempo. Gli aborigeni non amano ricominciare da capo se non ci sono indubbi vantaggi.
Le isole tendono a raggrupparsi in arcipelaghi che aiutano chi ne fa parte e lo proteggono dalle intemperie nei momenti di difficoltà. Guardarsi intorno e vedere di non essere soli è, per molti aborigeni, estremamente rassicurante.
Diventa chiaro che la scelta di derivare come api tra i fiori non è più così scontata come sembrava.
Sono gli aborigeni a decidere il futuro dell’isola. A volte vige l’anarchia e a seconda del momento le cose vanno come devono andare. Altre l’organizzazione, che porta a un governo stabile, ma che per sua natura è soggetto al colpo di stato.
Così quando le isole si dividono ce n’è sempre una che va e una che rimane, i cui aborigeni, tristi, salutano dalla spiaggia con i fazzoletti umidi dalle lacrime che stanno versando. Mentre le altre isole dell’arcipelago si affrettano a dar loro sostegno, evitando che l’orizzonte rimanga terribilmente vuoto, esponendo l’altra alla furia delle correnti e delle intemperie.
Alla fine però nessuno potrà mai uccidere veramente il sogno di Socotra, l’isola unica, incredibile e irraggiungibile. (#539) Ma nemmeno quello di Lord Howe Island, la bonazza mainstream che tutti vorrebbero avere. Sia per l’isola che se ne va, sia per quella che viene abbandonata.
“Somewhere over the rainbow,
way up high,
there’s a land that I heard of
once in a lullaby,
somewhere over the rainbow,
skies are blue,
and the dreams that you dare to dream,
really do come true”
Ma nessuno potrà mai uccidere nemmeno il sogno di un amore romantico lungo l’arco di una vita.
Correva l’anno 1938
Judy Garland – Over the rainbow