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#548 – La pineta.

“Devi riconoscere che le magnifiche promesse della scienza avvenire ti atterriscono e le vedresti volentieri abortire. Non per la ragione che la scienza crea micidiali armamenti (si troverà sempre la difesa equivalente; e, comunque, non è l’uccisione di uomini che sia per dispiacerti: si viene al mondo per morire), ma perché la scienza potrà | fornire un giorno mezzi tali di controllo sulla vita interiore e sulla vita fisica dell’individuo (sincerity test”, steri-lizzazione, ecc.) o surrogati dell’individuo stesso (robots) o intervento nell’attività interiore e fisica individuale (inoculazione di sperma artificiale, classificazione delle attitudini, controllo statistico dei gesti alla Taylor, ecc.), che la vita non varrà piú la pena di essere vissuta. La conclusione tipica dei romanzi avveniristici è, infatti, dopo una descrizione del meccanismo controllatissimo di quella vita, un “climax” di rottura di coglioni per cui le masse si scatenano uccidendosi e impazzando, pur di uscire dall’incubo.
Insomma, morire (sia di spada, sia di raggio mortale) non è nulla; vivere scientificamente appare spaventoso. Un conforto è il pensiero del 25 ott. ’38.” (C. Pavese, Il mestiere di vivere)

“Mamma”.

Non rispondo e mi giro dall’altra parte.

“Mamma”.

Continuo ad ignorare.

“Mamma. La Marghe continua a seguirci, dille qualcosa, dille di rimanere qui all’ombrellone”.

Mi taglio una mano piuttosto che tenerla qui due ore a lamentarsi.

“Non potete portarla con voi? In fondo ha solo due anni di meno”.

“No, non ci lascia in pace, Gioele dov’è sparito?”

“Ha preso un foil ed è andato alla boa coi suoi amici.”

“Ma chi sono? I due di ieri? Anche il fratello wow?”

Mi giro di colpo, un rumore famigliare mi disturba spiacevolmente. Un CRES (Cane Robot di emergenza e Sorveglianza) ha appena fermato il nostro vicino di ombrellone.

Gli sta contestando duecento euro di multa per aver gettato un mozzicone di sigaretta per terra, è recidivo. Il ragazzo si sta rifiutando di dargli bonariamente l’autorizzazione al prelievo, non è molto furbo. Da quando c’è l’euro digitale, senza l’autorizzazione di prelievo bonaria loro, domani, si prenderanno cinque volte tanto, in maniera coatta. E se perderà il ricorso se li terranno.

Ma come puoi vincere il ricorso se il CRES ha un video dove butti il mozzicone?

Mio marito si è alzato e ha portato la Marghe a mangiare un gelato, è fissata, un Maxibon la convince sempre. Anna ha colto l’attimo ed è sparita con le sue amiche. Problema risolto, mi giro dall’altra parte.

Il mio occhio cade sulla fauna della spiaggia nudista adiacente alla nostra. Sono sdraiata a pancia in giù su un telo mare di cotone rosso, dello stesso colore del costume, che fa risaltare il mio corpo non ancora del tutto abbronzato.

Ci sono tante coppiette e famiglie. Anch’io sarei voluta andarci perché i CRES possono entrare ma non usare le loro camere; libertà, ma mio marito si è opposto. Stare nudo di fronte ad altre persone lo mette a disagio, una delle sue mille fisime.

L’idea di potermi liberare delle mutandine di fronte ad altre persone, di sentire l’aria che mi sfiora le labbra, di poter sfoggiare il mio fisico atletico, mantenuto con anni di duro lavoro in palestra è morta al solito no di mio marito. Ma non è morta la mia eccitazione nel vedere ragazzi nudi sfilare al mio fianco, alla fine non così lontani. Così devo farmi il bagno con frequenza per mascherarla, maledetti costumi sintetici che si asciugano subito.

Cammino lenta, le gambe sono ancora in acqua fino alle ginocchia, ho una visuale perfetta della spiaggia adiacente, oltre alle famiglie ci sono tante coppiette poco più che ventenni. Nulla mi convincerà mai che maschi e femmine non siano due razze aliene giunte sulla terra da due pianeti diversi e che s’incontrano in un sol punto: il sesso. Questa spiaggia è solo tensione sessuale, ogni gesto, ogni movimento, ogni sguardo. Torno lentamente all’ombrellone.

Anche Joe sta tornando, passa il suo tempo alla boa per non essere registrato dai CRES. Qui al mare non c’è ancora tutta la tecnologia della città, il parco naturale è libero dalle telecamere di supporto e si estende per quasi un chilometro dietro alla spiaggia. Bisogna arrivare alla strada per rientrare nei loro radar. Per i ragazzi è un sogno poter dire quello che vogliono senza avere un robot controllore che li blocca e li multa. Soprattutto a quattordici anni e con il progetto di FairPlay sessuale in vigore.

È insieme ai due ragazzi più grandi di cui parlava Anna prima, i due fratelli. Sono i figli di una professoressa di scienze politiche all’università di Firenze. Il più grande è uno studente di ingegneria di 20 anni, veramente rigido, l’altro ne ha sedici anche se ne dimostra di più. È abbronzatissimo e l’acqua fa risaltare il suo fisico decisamente atletico. Un bel ragazzo davvero. Concordo. Dovrà combattere per averlo, quattro anni di differenza sono tanti.

Mio marito sta preparando il carrellino, Willy non riesce, il terreno è troppo irregolare per i robot di questa generazione. Bisognerà aspettare ancora qualche anno.

Mando la Marghe a cercare Anna e mi libero di tutte e due in un colpo solo.

Joe vuole risalire, stasera deve andare in qualche posto coi suoi amici, che salutano e si allontanano. Le ragazze sono tornate e si aggregano. Che noia. Ho un bel tramonto sul mare in arrivo e devo andare a rintanarmi per preparargli la cena. Una coppia di ragazzi nudi, sui venticinque anni mi sfila di fianco, mi ricordo di essere ancora bagnata. Quell’appiccicaticcio non se ne va mai senza sapone.

Dico a mio marito di andare, vorrei vedere il tramonto un quarto d’ora e aggiungo che non ho voglia di cucinare e che farò la doccia per ultima, così potrò venire in pace e poi andremo al ristorante. Quest’ultima cosa rimane nella mia testa. Speriamo che non ci obblighino ai chip neurali in breve tempo…

Se ne vanno. Sono da sola. Avvicino il mio telo al mare e mi godo il tramonto, con te. Chissà se le cose sarebbero migliori se fossi ancora con me. Morire a 24 anni è allucinante.

Non posso stare seduta qui per sempre. Saluto il ricordo di te e me ne vado. Sono pigra, prendo la strada dietro di me, non la salita dalla nostra spiaggia.

Scendo per un centinaio di metri dalle dune alla pineta. La mia pigrizia mi sta facendo fare più fatica, la strada che ho fatto all’andata era decisamente più confortevole.

Provo una sensazione dimenticata, se mi succede qualcosa chi mi aiuterà? Non ci sono  telecamere. I pini marittimi coprono il cielo con le loro fronde, mentre la macchia mediterranea riempie gli spazi a terra creando, nella penombra del tramonto, forme che sembrano animali nella notte.

Arrivata a un bivio giro a sinistra, il sentiero a destra era impercorribile, proseguo nella pineta, probabilmente un po’ persa. Comincio a essere preoccupata. Di fronte a me, alla mia sinistra sbuca un ragazzo sui venticinque anni, alto, muscoloso, completamente depilato come si usa oggi, mi sorride e mi chiede se mi sono persa. Sobbalzo, pensavo fosse un CRES.

Sono a disagio. È completamente nudo. Lo guardo meglio, è una decina di metri davanti a me. Ricambio il sorriso. Inizia ad avvicinarsi. Non l’avevo previsto. L’eccitazione mi assale. Il fiato s’accorcia. Lo stomaco mi ricorda della sua esistenza. Mi contraggo tutta. Poi provo a respirare profondamente, anni di yoga inutili, si sta avvicinando pericolosamente. Si ferma a distanza di sicurezza. Mi sorride e si presenta. Francesco. Aurora, rispondo.

Sul suo viso brillano due occhi azzurri come il mare delle Maldive, che non avevo notato prima troppo distratta da altro. Sembra una scena da film, resta da decidere di che genere.

Mi chiede se mi sono persa. Sono lenta a rispondere. Mi prende una mano, la sua morbidissima. Senza fare forza mi porta nella giusta direzione. Mi chiede cosa faccio nella pineta da sola. Abbozzo qualcosa. Sono quindici anni che non ho un orgasmo con un uomo, mio marito ha altre qualità.

Giungiamo a un altro bivio. Mi indica una strada. Poi mi fa un sorriso, l’occhiolino e mi indica l’altra. Non sono pronta. Gli lascio la mano. Imbocco la dritta via.

Si gira per salutarmi, cambio idea, gli passo davanti, non resisto, tocco il suo pisello morbido e liscio. Gli abbasso un paio di volte la pelle sulla punta bagnata. Gli faccio l’occhiolino e m’inoltro nella selva oscura. Mi segue. Rallento, mi abbraccia da dietro.

Ci spostiamo fuori dal sentiero, ma non dagli occhi indiscreti dei CRES. La pineta continua a prendere forma, di fronte a me un enorme agnello, nero, mi ci appoggio, la selva oscura tinge di nero la mia purezza.

Lui resta dietro, mi bacia il collo, sono al massimo dell’eccitazione. Penso a mio marito. Dovrei andarmene. In quattordici anni non l’ho mai tradito, ma sarà volontà o impossibilità? Odio il controllo facciale della posizione.

Non voglio guardarlo negli occhi, non voglio correre il rischio di venire identificata. Mio marito mi aspetta a casa e non avrò un’altra occasione. Afferro il suo pene eretto, lo tiro a me e lo appoggio alla mia patatina fradicia. Entra senza spingere. Decisamente lo sento. Inizia a muoversi. La conclusione di una giornata di pura eccitazione.

Inizio a muovermi anch’io. Potrei avere un orgasmo, non mi ricordo nemmeno com’è con un uomo. Aumenta il ritmo. Non durerà molto, è evidente. Ma a me non serve e il tempo corre, un quarto d’ora può diventare mezz’ora ma non un’ora intera.

Sensazioni dimenticate. Il mio orgasmo sta arrivando. Meritato. Ma lui accelera e prova a uscire. Metto due mani dietro al suo sedere e gli ficco le unghie nella carne, non deve uscire, deve continuare. Voglio il mio orgasmo.

Ci sono quasi. Prova a parlarmi e fa un po’ di forza per uscire, ne faccio più di lui. Inizio ad arrivare, ma serve ancora un attimo e invece sento che sta per venire, non deve uscire. Mi merito questo orgasmo. Eiacula dentro di me. Sono venuta. Lo lascio uscire. Il suo seme cola ancora dal suo pisello.

Mi giro e resto impietrita. Un CRES ci guarda, non so da quanto tempo. Mi copro con le mani, ma ormai sono stata identificata. La mia vita è finita. Curiosamente il guardiano si gira e prosegue lungo il sentiero.

Francesco mi guarda, non sembra preoccupato. È davvero carino. Sono stata fortunata. Non sa cosa dire. Non c’è nulla da dire. Gli sfilo davanti, abbasso la mano e di nuovo, un paio di volte, la pelle sulla punta del suo pisello. Giro la testa, ritraggo la mano, sorrido e me ne vado. Al bivio imbocco la dritta via.

Arrivo a casa giusto in tempo per reclamare il mio turno nella doccia che, però, sarà molto più corta del previsto, non è più necessario indugiare nella ricerca del mio piacere.

La serata scorre tranquilla, mio marito è simpatico e ci intrattiene spegnendo gli incendi dei ragazzi. Alla fine è il ripiego di un vero amore. Gioele è uguale a lui.

Dopo una passeggiata sul lungomare e venti euro di multa che un CRES ci ha rifilato per aver camminato sulla pista ciclabile, torniamo a casa.

Prima di dormire, con discrezione, controllo il tracciato dei miei spostamenti di oggi depositato al ministero, non desta sospetti. Manca l’orario a cui sono partita, impossibile dedurre quanto sia rimasta nella pineta. Ma non sono tranquilla, resta il problema del CRES.

Vado a letto, sono inquieta, lui dorme. Come sarebbe la vita se tutte le giornate potessero essere così? Poi dormo.

Mi alzo per prendere il lubrificante in bagno, da qualche tempo, con mio marito, ho problemi di secchezza. Si scoccia ma aspetta, ma cosa posso farci? Sto attenta a non farmi vedere dalle bambine che dormono.

Torno, finisce, dentro.

Neanche oggi prenderò la pillola del giorno dopo, mi limiterò a mescolare le carte.

Correva l’anno 2000

Shaggy feat RikRok – It Wasn’t Me