#549 – Come vorrei che la democrazia fosse un Colibrì.
Svoltando a sinistra, si apre di fronte a me un delizioso viottolo che termina in un cul de sac. Giardini ben curati, con verdi prati di maggio, dividono le case di legno, a un piano, tipiche di questa zona. Una in particolare mi colpisce. Si presenta con una fila serrata di piante di Salvia Scarlatta adagiate ai piedi del muro, che si arrampicano quasi mimetizzate, poiché le foglie hanno il medesimo colore, per terminare in una distesa di fiori rossi, bellissimi. Il contrasto tra il colore dei fiori e quello del muro, li fa risaltare come sospesi nell’aria, attirando l’attenzione degli insetti che dovranno impollinarli.
Mi avvicino per guardare con più attenzione. Un nugolo di insetti, denso, con una forma che mi ricorda i campi magnetici sulla lavagna del liceo, diventa quasi palpabile quando mi avvicino. Improvvisamente qualcosa mi tocca. Di fronte a me, con le ali viola quasi invisibili a causa del frenetico movimento e la livrea verde acceso, che sfuma nel nero della coda, un colibrì mi guarda negli occhi, immobile, quasi a chiedermi di spostarmi.
Lo faccio. Si getta negli insetti e scompare dietro la casa. La seguo per qualche passo, sparisce dentro un Sambuco, dove posso scorgerne il minuscolo nido e i due piccoli.
Mi allontano attraversando il giardino dalla parte opposta, per proseguire il mio giro. Ripasserò altre volte nei giorni successivi durante le mie passeggiate quotidiane, finché un giorno, dopo un violento temporale, mi si presenta un quadro leggermente diverso.
I fiori della Salvia Scarlatta splendono sempre più numerosi, ma gli insetti sono spariti. I proprietari delle case del quartiere si sono messi d’accordo per eliminarli tutti insieme dopo il grande temporale.
Penso alla mamma colibrì, come farà adesso? Mi avvicino al sambuco, i piccoli ci sono ma di lei nessuna traccia. Passerò a controllare nei giorni successivi, ma non la rivedrò più.
M’immergo di nuovo nei miei pensieri, camminare mi aiuta, ma questa volta non abbastanza. Sono perso, mi sembra di scrutare il fondo della scatola di un puzzle contenente ancora tutti i pezzi, come i miei pensieri di questi tempi; non riesco né a vedere il disegno intero né a capire la collocazione di ognuno. Peccato che il coperchio della scatola sia andato perso.
Un giorno, arrivato al Sambuco, non vedo più il ramo ondeggiare al ritmo del movimento dei piccoli. Il mio presentimento di qualche giorno si fa realtà. I piccoli denutriti hanno spirato l’ultimo respiro, mentre la madre, costretta dalla situazione, ha preferito abbandonare il nido piuttosto che morire assieme ai suoi piccoli.
Sono triste, ma il dilemma morale schiarisce una parte del mio pensiero; e se l’AI non fosse altro che un elemento di cambiamento profondo, come una disinfestazione dopo un temporale, che uccide ogni fonte di nutrimento per il nostro colibrì?
Se, come ritengo probabile, l’AI dovesse distruggere la quasi totalità dei posti di lavoro e del gettito fiscale, il vero nutrimento dello Stato, lo affamerebbe come la disinfestazione ha affamato i colibrì.
Allora i protagonisti della politica degli Stati scoprono di non esserlo più, diventando anonimi burattini nelle mani dei sistemi sociali e di governo; perché la nostra mamma colibrì non ha fatto che unirsi a tutte le altre, come previsto dal loro DNA e quello dello Stato è scritto nella costituzione.
Non posso esimermi dal fare un’osservazione ovvia.
La democrazia (a suffragio universale) è un sistema di governo crepuscolare, dove i cittadini continuano a mangiare moeche, mentre il sole tramonta dietro al campanile di San Marco e Napoleone bussa alla loro porta.
A differenza della mamma colibrì che sacrifica i piccoli in nome della specie, la democrazia continuerà a levarsi il cibo di bocca per darlo ai propri piccoli, grassi e immobili, che rivendicheranno i loro diritti fino all’ultimo, preferendo vederla morire piuttosto che spiegare le ali e iniziare a cacciare in prima persona. Moriranno grassi nel loro nido o magri nella voliera di qualche bambino dispettoso, che li catturerà una volta che la madre sarà morta.
Nell’inevitabilità delle cose rifletto che questo non è scritto nel DNA dello Stato, ma in quello degli esseri umani che l’hanno scritto. Mi giro, la casetta è bellissima come la Salvia che la decora, forse qualcosa di bello sappiamo farlo. Forse in un futuro davvero prossimo, la convivenza con una specie più intelligente della nostra cambierà gli equilibri del mondo in meglio e la smetteremo di perdere tempo a cercare di evitare che i sistemi di governo degenerino, un destino già ineluttabile ai tempi di Polibio.
Direi che non vedo l’ora di vedere cosa succederà.
Correva l’anno 1998
Lenny Kravitz – Fly Away