#521 – Sulla nazionale di calcio il cui nuovo stemma è quello del Gattopardo.
Ce la farà il calcio italiano a risorgere?
Per la serie “Saturday night dance”.
Sono in montagna, ormai da qualche giorno mi sono ritirato quassù per completare un compito assai ambizioso, che richiede tranquillità.
Come da tradizione le seconde case si riempiono di parenti e amici in concomitanza con la chiusura delle scuole. Tra ieri e oggi la tradizione si è rinnovata nuovamente e la tranquillità dei giorni precedenti è svanita. Il vento forte che aveva trascinato le temperature sotto zero ha lasciato spazio alla primavera, che oggi è sbocciata come i fiori di ciliegio.
Ho passato il pomeriggio a fare giardinaggio e aiutare gli anziani con i lavori più faticosi, mentre i bambini correvano per l’aia da una casa all’altra. Devo essermi scottato. La sera e la notte fa freddo: questo mantiene l’aria fresca anche di giorno e mitiga gli effetti dei raggi del sole sulla pelle, ingannandoci.
Così dopo una grande cena tutti insieme a base di cotolette e patatine, ci siamo ritirati dove stufe e camini riscaldano l’atmosfera. I bambini giocano a Super Mario Kart, i vecchi giocano a Burraco mentre qualcuno beve. La televisione in sottofondo trasmette un vecchio film: “Cielo di piombo per l’ispettore Callaghan”, nessuno la guarda e nessuno cambia canale, nemmeno io.
Io me ne sto sul divano, vicino alla stufa, osservo. Giocherei a Mario Kart ma i bambini sono troppo molesti. I miei cugini stanno giocando a carte, ma proprio non ne ho voglia, continuano a urlare; sto bene qui.
Finisco di vedere un video che avevo lasciato a metà, l’ultimo di una serie che riguarda il calcio italiano. Martedì la nazionale ha perso e non è riuscita a qualificarsi al mondiale, per la terza volta consecutiva.
Questa notizia arriva mentre sto finendo di rileggere integralmente la Costituzione. Ho già anticipato che dal giorno del referendum me ne sto occupando e arriverà il momento delle considerazioni in merito. Le vicende della nostra amata nazionale non sono così diverse, in fondo, da quelle del nostro paese. La decadenza regna sovrana e non sono affatto sorpreso che un piano come quello che Baggio ha presentato nel 2011 sia stato cestinato.
Nel frattempo Clint Eastwood ha appena finito di ammazzare mezz’America e incredibilmente, a seguire, comincia un film ancora più vecchio: “Don Camillo”, che all’inizio pensavo più adatto a una nota sulla Costituzione che a questa. Ma al caso non si comanda, così tra le urla dei bambini e degli adulti che perdono a carte, inizia la sfida a pallone tra i cattolici e i comunisti. Attira la mia attenzione.
Vincono i comunisti. La partita degenera in rissa. L’arbitro le prende di santa ragione e scappa. Si rifugia in chiesa inseguito da tutto il paese. Don Camillo lo difende, ma vorrebbe ucciderlo. Peppone l’aveva comprato per duemilacinquecento lire, cinquecento in più di quelle che gli aveva dato il prete.
Non credo che da allora le cose siano tanto cambiate sui campi da calcio. Vincere è l’unica cosa che conta, a qualunque costo, anche per i bambini di 6 anni. I campi cadono a pezzi. Gli allenatori sono improvvisati. I tifosi sono a caccia degli arbitri.
Ma sono passati 74 anni e il mondo, al contrario di noi, è andato avanti. Nel 2011 Baggio, al momento giusto, ha proposto ciò che andava fatto, ma possiamo forse da italiani, degni figli del Gattopardo, accettare che qualcosa cambi veramente quest’Italia?
E così nulla è cambiato per i quindici anni successivi, ottenendo come risultato tre mondiali mancati.
E nemmeno di fronte a quest’ultima ignominiosa disfatta le cose sembrano cambiare. Il dossier è ancora valido, anche se manca di una parte importante: se vuoi un allenatore professionale devi pagarlo, così come un bel campo: chi mette i soldi? I giocatori?
Alla fine una soluzione si potrebbe trovare e le cose si potrebbero aggiustare, ma bisognerebbe fare la rivoluzione che Baggio si auspicava.
Ma voi ve la ricordate una rivoluzione in Italia?
Mi domando se dopo essere diventati un movimento calcistico del terzo mondo riusciremo a rialzarci, ma ancor di più se sia sempre necessario arrivare alla distruzione totale per riuscire a cambiare qualcosa.
Ma non è abbastanza. La domanda più importante diventa: “Riusciremo a tornare ai fasti del passato?”
Perché la concorrenza è altissima e i nostri mezzi limitati.
Don Camillo sta terminando, e Gesù gli suggerisce che: “Gli uomini sono uomini, ricordati di Pietro”.
Così mi aspetto un altro settantenne sulla poltrona di presidente e grandi proclami di cambiamento, che si concretizzeranno in una nuova insegna del centro sportivo di Coverciano, mentre giocatori e tifosi continueranno a picchiarsi e a rincorrere l’arbitro.
And I said, “What about breakfast at Tiffany’s?”
She said, “I think I remember the film and
As I recall, I think we both kinda liked it”
And I said, “Well, that’s the one thing we’ve got”
Questo è oggi il mio rapporto con il mondo in cui vivo.
Però la canzone è bella, è sabato, domani è Pasqua, i bambini sono andati a letto, la taverna è isolata e gli alcolici cominciano a fare effetto. Non ho uno stereo adatto qui, mi accontento del boom. Alzo il volume. Let’s dance.
Correva l’anno 1994
Deep blue something – Breakfast at Tiffany