#525 – Una gita fuori porta tra Lambrusco, bro e ritorni a Milano.
Per la serie “Saturday night dance”.
Sono molto stanco, sono circa le dieci di sera e sono seduto su un modesto sedile di un treno ad alta velocità che viaggia in direzione di Milano. La giornata è iniziata alle cinque e mezza. Io odio svegliarmi presto la mattina. Solo la luce, sorta inaspettata, è riuscita a mettermi di buon umore.
Devo però riconoscere, nonostante la levataccia, che è un gran piacere girare per le città italiane in una bella giornata di sole di questa stagione.
Il motivo del viaggio però non è stato di piacere, ma di lavoro e allora la mattina e il pranzo sono stati dedicati a quello. Terminata verso le tre ogni incombenza, abbiamo iniziato a girovagare come degli zingari per il centro.
Case fatiscenti, poca cura, disordine, persone molto diverse dal consueto. Possono duecento chilometri cambiare così tanto l’umanità? (#403) Senza dubbio, soprattutto se consideriamo che qualunque città italiana è provincia rispetto a Milano.
La vita qui è più semplice, come le persone, che sono (anche) molto più simpatiche.
Arriviamo in piazza, decidiamo di sederci a bere qualcosa. Memori della fregatura di sabato scorso, evitiamo i pessimi cocktail locali. Scelgo una bottiglia di bianco, fermo. Schivo accuratamente le bollicine fasulle. Faccio impazzire i ragazzi del banco per trovare quello che desidero, ma alla fine n’è valsa la pena, i bro sono molto contenti e anche un po’ alticci.
Dopo un’oretta ci alziamo e iniziamo a girovagare di nuovo. Compro ravioli e cappelletti per XXX che li adora. Entriamo in una corte, c’è un vecchio furgoncino di qualche figlio dei fiori ormai pensionato. Vendono gin (mare) tonic a 4 euro, illegale. Si vede che non siamo a Milano. Ne beviamo due.
Ora siamo sicuramente alticci. Proseguiamo a piedi tra un negozio di cibo e un mercatino. Andiamo a cena. Lungo la via incontriamo altri amici, salutiamo. Arriviamo cinque minuti prima delle diciannove, c’è un piccolo capannello di persone. Decidiamo il tavolo e ci sediamo, riusciamo a ordinare prima che si scateni l’inferno. Quando mi guardo intorno dopo l’aperitivo, il ristorante è tutto esaurito, con una coda di una quarantina di persone in attesa di entrare (spoiler: non ce la faranno).
Mangiamo decisamente bene e se ne vanno altre due bottiglie di Lambrusco: fresco è delizioso. Mangiare male in Italia è solo per turisti.
Il treno delle nove e venti è in ritardo di un’ora. Uno dei bro ha un’idea geniale e riusciamo a cambiare i biglietti e a farne altri al volo. Una volta seduti la stanchezza e l’alcool hanno il sopravvento.
Il bro di fianco a me dorme, così ho un po’ di privacy per scrivere questa song, che per oggi non vuole essere densa o filosofica, ma solo il racconto di una gita fuori porta in una piccola città italiana.
Mi rendo conto di essere nel duemilaventisei (e non nel sessantacinque) quando si avvicina la tettoia della stazione centrale e realizzo di essere già arrivato. Sessant’anni fa non si potevano percorrere duecentotrenta chilometri in poco più di cinquanta minuti.
Sulla banchina dello spostapoveri giallo realizzo che sono stanchissimo, ma che la giornata è stata proprio piacevole. Non ho la forza di finire di leggere il mio libro, mancano dieci pagine ma aspetteranno il prossimo viaggio.
È sabato sera, la temperatura è ancora gradevole, i ragazzi sono in giro, ma dopo essermi perso nei vicoli strapieni di gente allegra, felice, che si stava divertendo, il mio pensiero va alle spiagge e non alle tristi e buie disco milanesi. La canzone di oggi apre la stagione estiva.
Bf save me and let’s dance.
Correva l’anno 2014
Klingade – Jubel