#531 – Quando il mood conta più di cosa fai.
Per la serie “Saturday night dance”.
Anche oggi è tarda sera e sono su un treno che mi sta riportando a Milano.
Le persone sono stanche, molti dormono o sono appisolati, anche tra i miei compagni di viaggio. Qualche francese bisbiglia a voce bassa dietro di me, fatico a capire di cosa stanno parlando perché sono coperti dal rumore del treno che viaggia a più di trecento all’ora.
Sono molto stanco anch’io, ma contento, non tanto per la gita fuori porta in sé, ma per come è andata, grazie anche a tutti i bro.
Il motivo di tutti questi viaggi è un evento itinerante, che stiamo organizzando ormai da qualche mese e che mi sta dando parecchie soddisfazioni. A chi non piace ricevere tanti complimenti sinceri?
(#417) Il viaggio di andata è stato un’occasione per parlare con una delle persone che mi conosce meglio e da più a lungo, ma con cui non parlavo da molto tempo. Per quante importanti siano le risorse con cui madre natura ci ha attrezzato, a un certo punto, il confronto con persone di spessore e che ci vogliono bene è un dono dal cielo. Perché lo scopo della vita è l’unica cosa che mette in difficoltà tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, colti e ignoranti, e lo fa in continuazione.
Torino è una bella città, in una bella posizione: tra fiumi, verde, mare e montagna. Al contrario di Milano, che è molto più varia, è incastonata nel periodo storico del suo massimo splendore. La modernità non l’ha sfiorata e resiste valorosa agli attacchi della multiculturalità, relegandola ai margini.
Camminiamo girovagando per il centro, in una giornata dalla temperatura estremamente gradevole. Facciamo la prima tappa sedendoci a un tavolino sui murazzi, con i piedi a penzoloni nel Po. C’è qualche turista ma nulla a che vedere con la folla milanese, che si prevede in aumento dopo le iconiche riprese inserite nel secondo capitolo del film: “Il diavolo veste Prada”. Osserviamo gli allenamenti dei ragazzi della canottieri che muovono le acque del fiume generando onde che quasi ci bagnano le scarpe. Ci accorgiamo subito che la faina è molto diversa da quella a cui siamo abituati.
Risaliamo via Po buttando lo sguardo a destra e sinistra. Non ci venivo da anni e i miei ricordi vanno a un mio caro amico, motivo delle mie permanenze in città e con cui non potrò più fare questa passeggiata. I negozi modernizzati sembrano già vecchi, e gli interni di pessimo design, tendenti al kitsch, contrastano con l’immortale fascino delle insegne d’epoca e dei negozi che hanno scelto di modernizzare mantenendo la vibe originale.
Ci fermiamo in pasticceria per assaggiare la novità del momento in città, la nuvola. Specialità che ha sostituito quella precedente, la doppia meringa, leggerissima con la panna montata nel mezzo. Si tratta di un pandoro, con la forma di un mini panettone che sta in una mano e ripieno di una crema al mascarpone. Notevole.
L’abbiamo mangiato seduti nei giardini del palazzo reale, restaurati di recente.
Il nostro giro è proseguito nelle vie del centro: Lagrange, Roma, Garibaldi fino a raggiungere la piazza del mercato coperto dove abbiamo deciso di cercare un ristorante per la cena. Dopo una serie di figuracce rimediate, tra cui esserci fatti apparecchiare e esserci accomodati in un tavolino all’aperto per renderci conto che la nostra prenotazione era al ristorante di fianco, siamo riusciti a provare un menu classico piemontese. Sarà stata la fuga con insulti stile Amici Miei, film che non ho mai visto e che dovrei recuperare, perché lo citano tutti e mi sento ignorante, o forse i venticinque chilometri che abbiamo fatto ma tant’è che abbiamo sbranato la cena.
Riporto alcuni piatti come appunto per organizzare una futura cena sabauda:
Peperoni, alici e salsa verde.
Vitello tonnato (sempre buonissimo).
Bagnacauda (divisiva).
Plin (eccezionali)
Ravioli di brasato (un classico)
Fritto misto alla piemontese (la star)
Salsiccia di Bra (buonissima)
Albese (adoro)
Dopo aver vagato ancora qualche ora tra i bar torinesi abbiamo deciso di rientrare.
Per quanto si parli, giustamente, male dei treni italiani, voglio fare un distinguo e spezzare una lancia ai treni ad alta velocità che in un’oretta connettono Milano alle principali città del nord Italia. Si viaggia veloci, comodi e nemmeno il tempo di capire di essere saliti ed è ora di scendere.
C’è un posto vuoto al mio fianco e sul sedile una copia di: “Le Monde”. Lo apro e in seconda pagina si parla degli anziani francesi nelle periferie delle grandi città.
Torino è bella ma dà l’impressione, comparata per esempio a Bologna, di essere un enorme RSA. Si percepisce il senso di decadenza misto a quell’altezzosità che ho sempre percepito nei torinesi. Pensare che sia stata la capitale d’Italia e che oggi sia in questo stato di decadenza ricorda le stagioni della vita e quelle degli stati. Forse dovremmo ricordarcelo ogni tanto, per evitare di supporre di essere più importanti e rilevanti di quanto non siamo veramente.
Le luci di Milano appaiono in lontananza, qualche francese inizia a svegliarsi e a riordinare i bagagli, scendiamo, prendo la metro. Piazza del Duomo è sempre bellissima, soprattutto guardando il Duomo dal basso delle scale della metropolitana.
Mentre salgo vedo il palco semi-montato per il concerto di venerdì. Le terrazze diffondono musica nella piazza, contemporanea, tutta uguale, fino a quando nell’etere non sento una vecchia canzone che subito associo al mio periodo inglese. È perfetta per una serata come questa, sporca, volgare, piena di doppi sensi e carica come una molla. Passava nei club inglesi insieme ai Franz Ferdinand e agli Arctic Monkeys, mi spiace solo di averla apprezzata solo qualche anno dopo. Pur non sentendola da molto tempo, immediatamente mi ha fatto iniziare la notte di sabato col piede giusto.
“Someone said you was asking after me,
but I know you best as a blagger,
I said, ?Tell me your name, is it sweet??
she said, ?My boy it’s dagger?, oh yeah.”
Is your boy a dagger? Nel dubbio, let’s dance.
Correva l’anno 2006
The Fratellis – Chelsea Dagger